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mercoledì 4 settembre 2019

Le banche centrali non sanno più che soluzione trovare

Banca e simbolo dell'Euro

I banchieri centrali di tutto il mondo si sono incontrati la settimana scorsa a Jackson Hole, nel Wyoming, per il consueto meeting annuale.

Il simposio di Jackson Hole è passato dall’essere l’incontro raccontato in decima pagina sul New York Times, ad uno degli eventi chiave che gli investitori aspettano col fiato sospeso per vedere quali politiche la Federal Reserve e la Banca centrale europea attueranno.

La maggioranza degli investitori sono convinti che le banche centrali abbiano le armi necessarie per far fronte a debolezze di mercato. Ma le banche centrali hanno idee abbastanza grandi per affrontare le preoccupazioni che attanagliano l’economia?

I banchieri centrali si trovano ad affrontare uno scenario davvero unico. I rendimenti obbligazionari in molti paesi non sono mai stati così bassi. In molti paesi, sono completamente negativi. La Germania ha appena emesso un lotto di obbligazioni trentennali con una cedola pari a zero – in altre parole, gli investitori danno alla Germania i loro soldi per 30 anni e non si aspettano alcun interesse alla scadenza.


Ma probabilmente, per alcuni, non è strano che una banca, come quella tedesca, riesca a vendere una serie di debiti triennali garantiti da ipoteca, con un rendimento negativo. Fa strano, ma per alcuni no. Esatto: gli investitori pagano per poter investire in debito garantito da proprietà.

Sono sicuro che è un buon rischio di credito, ma non è privo di rischi. Tuttavia, la tua unica ricompensa come investitore è quella di perdere un po’ meno denaro di quanto faresti prestando al governo tedesco, nello stesso periodo di tempo.


Continua a suonarmi strano.

Attenzione, cerchiamo di non offendere i nostri amici inglesi, ci sono anche loro nel malaffare europeo. La Brexit sembra ormai una sceneggiatura di Richard Kelly, tra sogni infranti, possibili soluzioni, referendum, proteste e giudici, ci mancava solo la Regina. L’Italia sta di nuovo “giocando” (un altro primo ministro e governo sono appena stati rovesciati), ormai ho perso il conto, mi sembra sia la ventesima repubblica in 30 anni. La Germania è sull’orlo della recessione e la destra avanza portandosi dietro nubi antieuropeiste.

E oltreoceano non dimentichiamo, come potremmo, del nostro amico tweet The Donald. Mi basta citare un luogo magnifico nel mondo per strapparvi un sorriso, Groenlandia. Per chi non conoscesse la storia, Trump avrebbe fatto formale richiesta alla Danimarca di acquistare la Groenlandia. Ma perché non l’intera Scandinavia dico io.

Quindi, nel mondo finanziario, hai livelli epici di distorsione monetaria. Nel mondo “reale”, si hanno disordini politici e continue minacce allo status quo sul commercio, oltre a chiari segnali che questa tensione e il rallentamento in Cina stanno avendo un effetto reale sulle economie più esposte al commercio globale, come Germania e Singapore.

Il mercato è piuttosto abituato a fare affidamento sui banchieri centrali per sistemare le cose negli ultimi dieci anni circa. Hanno deciso di essere gli adulti nella stanza e fino a poco tempo fa i politici erano disposti a cedere quel potere a loro.

Non è più così. Quindi stanno affrontando un momento difficile.
E non limitarti a sentirlo da me – come ha affermato Raghuram Rajan, probabilmente uno degli ex banchieri centrali più intelligenti e riflessivi del mondo (ha sottolineato nel 2006 che la crisi finanziaria era un rischio significativo), sul Financial Times: “Direi che questo è probabilmente l’ambiente più interessante per i banchieri centrali dopo la crisi”.

Sappiamo tutti che “interessante” non è in senso positivo.

Non è chiaro se l’economia è così grave come il mercato pensa.
Quindi vedremo come ne uscirà la Fed e i suoi colleghi in tutto il mondo. Venerdì sarà particolarmente critico, con tutti gli occhi puntati su Jerome Powell e il suo discorso.

È facile distrarsi dai costanti tweet di Trump diretti verso il capo della Fed. Ma sono davvero solo distrazioni.

Il vero problema per la Fed – come chiarisce l’ultimo lotto di minutes – è che qualunque cosa stia succedendo, non è ovvio che le cose siano abbastanza serie da giustificare il tipo di grande stimolo per il quale il mercato sembra essere alla disperata ricerca.

La spesa dei consumi rimane solida, come indicano i risultati stellari sia di Walmart che di Target. Gli Stati Uniti hanno ancora livelli ragionevoli di inflazione. L’economia non sembra spettacolare, ma non sembra nemmeno terribile. In breve, nessuno è del tutto sicuro di quello che sta succedendo.

Ciò è chiaro dagli ultimi minutes della Fed, in cui non vi era alcuna chiara opinione di consenso su quali azioni il comitato dovrebbe intraprendere. Tutto incerto insomma.
Un problema è che la Fed non controlla la politica commerciale e non è qualcosa che può facilmente indovinare, o fare davvero molto, a meno di cercare deliberatamente di prendere di mira il dollaro. Un altro problema è che gran parte dei nervosismi globali derivano da preoccupazioni per l’Europa e la Cina.

Quindi immagino la Fed in una posizione di insoddisfazione che lascia i mercati sconcertati sulla prossima mossa e ultra sensibili a qualsiasi dato economico che punti in un modo o nell’altro.
Siamo quindi di fronte ad un paradosso, una scelta della Fed rivolta ad una politica “trumpiana” verrebbe accolta con grande soddisfazione dai mercati, ma ad un costo troppo alto per il futuro accentuando il dolore che si proverebbe in caso di recessione.

Per contro, una politica della Fed più logica e giusta, non soddisferebbe i mercati, alimenterebbe la scintilla di una recessione in breve tempo, che sarebbe però vissuta con società che mostrano utili e con una economia in rallentamento, non ferma, quindi più facile da gestire.

Ma non sarebbe la prima volta che i banchieri centrali riusciranno a sorprendere i mercati tirando fuori dal cilindro il proverbiale “grande bazooka”.



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martedì 30 ottobre 2018

I mercati soffrono, quali sono i veri motivi?

Le persistenti preoccupazioni di rallentamento della crescita economica globale e quelle sulle stime societarie per le prossime trimestrali, stanno spostando i mercati pericolosamente verso livelli tecnici preoccupanti. L'Eurostoxx 600, l'indice che rappresenta società di capitalizzazione grandi, medie e piccole in 17 paesi della regione europea, nel mese di Ottobre ha perso il 9.35%, mentre l'indice di riferimento americano, lo S&P500, ha lasciato per strada l'8.76%, passando in negativo nel 2018.

Questi risultati potrebbero non sembrare allarmanti, tuttavia, ci sono diversi fattori molto importanti che potrebbero spingere i mercati verso il baratro, oppure al rimbalzo. Vediamo quali sono i fattori più importanti e analizziamoli singolarmente.

Errore politico da parte della Federal Reserve

Il presidente Donald Trump è noto per i suoi "cinguetii". Questa settimana, ha puntato il dito verso la Federal Reserve. Secondo Trump, in un'intervista a Fox News, la Fed è in parte responsabile del calo dei mercati, rea di aver aumentato i tassi d'interesse anche se c'era spazio di manovra con l'inflazione. Ha anche detto che non avrebbe licenziato il presidente della Fed Jerome Powell.

Tutto questo dopo la più lunga serie di cali dei mercati azionari dai giorni precedenti alle elezioni di novembre 2016. È inusuale che i presidenti degli Stati Uniti "dirigano" pubblicamente la politica della Fed. Trump comunque ha espresso le preoccupazioni di alcuni investitori in merito a maggiori costi di finanziamento, ha alzato la posta in gioco per la banca centrale affinché non commetta un errore di politica che possa danneggiare l'economia.



L'attuale sfiducia può essere mitigata dal fatto che la Federal Reserve segnalerà che sta attenuando la sua stretta quantitativa e che i tassi aumenteranno. Ma la Fed di Powell ha mostrato più fiducia nell'affrontare l'incertezza del mercato e non prevediamo alcun cambiamento. La Fed dovrebbe aumentare il proprio tasso di riferimento ancora una volta quest'anno e tre volte nel 2019.

Un rallentamento della crescita economica globale esemplificato dalla debolezza della Cina

Si prevede che la crescita economica della Cina raggiungerà circa il 6,6% nel 2018. Secondo la nostra analisi, la Cina dovrebbe adeguare la struttura del credito per assicurare il flusso di denaro all'economia reale, e dovrebbe anche controllare lo stesso flusso mantenendo una liquidità sufficiente.

Il governo dovrebbe essere consapevole che l'alto rapporto debito/PIL indebolirà la spesa dei consumatori. Il governo sta già controllando il livello di prestito per investire nel mercato immobiliare, mentre sta spendendo miliardi in infrastrutture.



Sempre secondo una nostra analisi, la debolezza cinese non terminerà nel breve periodo, nonostante l'intensificazione delle misure di sostegno da Pechino volte a domare il rallentamento. I primi indicatori mostrano che le condizioni economiche continuano a indebolirsi sia sul fronte interno che su quello esterno. Il sentiment economico è molto basso, in particolare tra le piccole imprese private. Ci aspettiamo che il sostegno politico all'economia si allarghi a tutti gli aspetti della crescita: esportazioni, consumi e investimenti.

Gli economisti stanno anticipando che la situazione peggiorerà, anche a causa delle conseguenze delle tariffe di Washington ancora in vigore. In settimana ci saranno i primi dati ufficiali di ottobre.

Brexit

Theresa May ha un problema: metà della Gran Bretagna non crede ancora al suo governo pro Brexit. Ormai si attende che il cancelliere promuoverà i piani di spesa austerity, indipendentemente dal fatto che il governo garantisca un accordo sulla Brexit nelle prossime settimane, ha confermato Downing Street.

Mentre Philip Hammond si appresta a consegnare il suo bilancio lunedì pomeriggio, il portavoce ufficiale del primo ministro ha dichiarato che tutti gli impegni di spesa saranno finanziati, indipendentemente da un accordo Brexit o no. In un'intervista a Sky, il cancelliere ha dichiarato che le proposte annunciate lunedì pomeriggio si basano sul presupposto che ci sarà comunque un accordo sulla Brexit.

Alla domanda su cosa accadrebbe se non ci fosse un accordo, ha risposto che se non ci dovesse essere un accordo, quindi lasciare l'Europa senza accordo, sarà necessario intraprendere una strada economica politica diversa per alimentare la crescita dell'economia britannica. Lo stesso cancelliere ha poi sottolineato che secondo il suo parere non ci sono le condizioni per un mancato accordo ed è fiducioso sulla imminente chiusura.

Ma se la May non dovesse trovare un accordo? Primo tasto dolente, il commercio. In assenza di un accordo bilaterale, i rapporti fra Regno Unito e Ue finirebbero sotto il cappello delle regole della World trade organization, l’organizzazione del commercio mondiale. La Gran Bretagna si ritroverebbe improvvisamente nel ruolo di paese terzo rispetto all’Unione europea, sobbarcandosi tutte le tariffe per importazioni ed esportazioni imposte ai paesi extraUe. A fare le spese della stretta sarebbero anche i trasporti, severamente colpiti dal nuovo regime. Dazi doganali, controlli sanitari e fitosanitari ai confini potrebbero causare ritardi significativi, ad esempio nei trasporti su strada, e difficoltà per i porti.



Sul piano economico, il Fondo monetario internazionale ha pronosticato conseguenze di lungo termine per entrambi le parti in gioco: il Regno Unito lascerebbe sul terreno il 4% del Pil da qui al 2020, mentre il resto della Ue cederebbe comunque l’1,5% del suo prodotto interno lordo.

Crisi del bilancio italiano

I rapporti tra Bruxelles e Roma hanno raggiunto un punto basso, in quanto l'UE ha respinto il progetto di bilancio italiano dopo un mese di stallo che rischia di innescare una nuova crisi finanziaria per l'area della moneta unica.

Echeggiano le battaglie che il governo italiano sta combattendo contro ciò che vede come una leadership europea "traballante". Il sistema bancario italiano si sta ancora riprendendo dalla crisi finanziaria del 2008 ed è gravato da crediti inesigibili, ma l'attuale governo populista ha ereditato piani per ridurre il deficit di bilancio italiano a livelli che avrebbero ricevuto l'approvazione di una Commissione europea indulgente.

Invece, la nuova amministrazione ha annunciato, all'inizio di questo mese, la sua intenzione di gestire un deficit del 2,4% - tre volte quello che aveva in programma - fino al 2021, in palese violazione degli standard dell'UE. Giovanni Tria, ministro dell'Economia, ha dichiarato che il deficit di bilancio aumenterà al 2,4% nel 2019, ma si ridurrà gradualmente nei due anni successivi in ??conformità alle richieste dell'UE.



Ma Bruxelles, sede del capo del bilancio dell'UE Pierre Moscovici, teme che le stime dell'Italia possano anche essere troppo ottimistiche, poiché le proiezioni sul deficit di bilancio si basano su una crescita economica dell'1,6% per il 2019, nonostante la crescita all'1% nella prima metà del 2018.

Con una mossa senza precedenti, la scorsa settimana la Commissione europea ha respinto il progetto italiano e ha invitato la terza economia più grande del blocco a riconsiderare o affrontare le conseguenze. Se l'Italia non si conformerà, potrebbe essere soggetta a sanzioni pecuniarie in base alla regola del disavanzo eccessivo dell'UE.

Il governo italiano non sembra disposto a muoversi. Luigi Di Maio, il leader del Movimento cinque stelle che funge anche da vice primo ministro, sta flettendo i muscoli e in risposta i mercati finanziari sono nervosi per gli eventi a Roma. L'Italia è la terza più grande economia della zona euro dopo la Germania e la Francia, ha registrato una crescita scarsa o nulla negli ultimi due decenni e detiene il secondo più alto debito pubblico dopo la Grecia, attestandosi intorno al 130% del PIL.

Relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che pensa che la sua amministrazione possa colpire "molto" la Cina sul commercio, ma ha avvertito che imporrà nuove tariffe sui prodotti cinesi se l'accordo non dovesse essere raggiunto.

Gli Stati Uniti hanno imposto tariffe doganali del 10% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi a settembre, con un tasso che dovrebbe salire al 25% entro la fine dell'anno, escludendo una svolta nei negoziati commerciali. In risposta, Pechino ha affermato che imporrà tasse su 5.207 importazioni statunitensi del valore di circa 60 miliardi di dollari.

La mossa indica che l'amministrazione Trump rimane intenzionata ad aumentare la sua guerra commerciale con la Cina, anche se le compagnie lamentano l'aumento dei costi delle tariffe e i mercati finanziari continuano ad essere nervosi per la ricaduta economica globale. I titoli hanno cancellato in parte i guadagni a causa di un'escalation della guerra commerciale tra le due maggiori economie del mondo.



La Casa Bianca ha detto che Trump ha in programma di incontrare il suo omologo cinese Xi Jinping a margine del vertice del G-20 in Argentina il 30 novembre e il 1° dicembre. Intanto si contano i primi effetti, i beni colpiti in larga misura sono prodotti di consumo e capitali, che l'amministrazione Trump ha finora risparmiato e che probabilmente aumenteranno i prezzi per molte aziende e consumatori statunitensi.

Economisti e aziende statunitensi hanno avvertito che l'aumento dei costi delle tariffe potrebbe danneggiare l'economia americana. Tuttavia, l'obiettivo delle tariffe è punire la Cina per il furto della proprietà intellettuale e delle politiche economiche non competitive degli Stati Uniti, ma a conti fatti tutti e due i paesi stanno pagando molto cara questa battaglia.

giovedì 19 ottobre 2017

Pronti per una bolla speculativa o l'azionario USA è ancora in crescita?

Anche se non tutti gli investitori professionali e gli analisti ritengono che le valutazioni del mercato azionario siano in un territorio da bolla, la maggior parte probabilmente sarebbe d’accordo sul fatto che le molte imprese statunitensi siano in ipercomprato. Il rapporto P/E dello S&P500 è ad un livello storico alquanto elevato, così alto lo è stato durante il mercato del toro sfociato con la bolla tecnologica degli anni 90 e quella immobiliare della metà della stessa decade. Secondo il nostro punto di vista, uno storno dei mercato è molto probabile, ma forse vivremo cadute di settori prima di vedere una vera e propria recessione, come quella dell’Healthcare 2 anni fa o il petrolio l’anno scorso.

Analogie con la deflazione giapponese e demografia in decrescita

La bolla speculativa giapponese fu una bolla speculativa formatasi a partire dal 1986 e scoppiata nel 1991, riguardante il mercato azionario e il settore immobiliare giapponese. La formazione della bolla fu possibile a causa di vari fattori: per primo la liberalizzazione delle norme finanziarie sommata al rapido aumento dei prezzi dei beni immobiliari, alla relativa capacità produttiva del Giappone di riuscire a stare al passo con la domanda di beni e servizi (domanda aggregata) e al conseguente aumento di liquidità delle imprese.

Ciò permise a queste ultime di investire in attività speculative nel mercato azionario e nel settore degli immobili. Inoltre alcune incomprensioni tra il Ministero delle Finanze e la Banca del Giappone sulle decisioni da prendere in seguito al deprezzamento del dollaro (accordi del Plaza e del Louvre) favorirono lo sviluppo della bolla. Una volta che questa scoppiò, il Giappone andò incontro a un lungo periodo di deflazione noto come “decennio perduto”, che segnò la fine del boom economico del secondo dopoguerra.

In retrospettiva, il “decennio perduto” del Giappone sconvolse gran parte del mondo occidentale, dove la crescita della popolazione è rallentata. In Europa le percentuali sono in fase negativa e nel suo complesso la lieve crescita demografica è stata dello 0,25% nel 2016. Gli Stati Uniti hanno aumentato la propria cittadinanza dello 0,81% l’anno scorso, dato elevato rispetto gli standard dei paesi sviluppati ma ancora inferiore ai tassi di crescita passati. Storicamente, gli Stati Uniti hanno innalzato la crescita della popolazione attraverso l’immigrazione, ma la situazione in generale appare in pericolo.

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Il consumismo che precedette la Grande Recessione potrebbe non tornare negli anni a venire. Nonostante i profitti aziendali record, l’inflazione rimane bassa e la crescita salariale sta mostrando segni di vita. Le entrate sono state un fattore importante per l’esplosione economica del ventesimo secolo, per cui la debole crescita produttiva dell’America negli ultimi decenni è allarmante. In questo contesto, non c’è molta ragione per cui la Fed possa improvvisamente stringere la politica monetaria.

Tassi di interesse

Recentemente Buffett ha dichiarato che vede il Dow Jones verso 1 milione di punti nei prossimi 100. Il Dow ha rotto i 23.000. Sarebbe difficile discutere contro un investitore come Warren Buffett, il terzo uomo più ricco del mondo. Come ha sottolineato Bob Lang di RealMoney, la dichiarazione di Buffett non è così scandalosa – in base ad un semplice calcolo, il Dow dovrebbe avere un tasso di rendimento annuo del 4,7%. Al ritmo attuale, l’indice americano si avvicinerebbe ai 2 milioni di punti.

Per molti investitori, tutto torna. I treasuries decennali in passato davano il 6,5%, oggi gli stessi strumenti governativi solo il 2,3%. Quando l’inflazione è parte integrante di tutti gli studi macroeconomici, i tassi di interesse reali sono ancora molto vicini allo zero. Sebbene il P/E dello S&P500 si trovi ora sopra 25, lo yield delle imprese è intorno al 4%, il che rende decisamente più attraenti le azioni rispetto alle obbligazioni. Anche con l’attuale Shiller P/E del 31, che regola la ciclicità, i titoli continuano a produrre quasi il 50% in più rispetto ai treasuries statunitensi.

Poiché i titoli di Stato statunitensi sono un investimento privo di rischio, non ha alcun senso tenere un bene con un rendimento minore. All’altezza della bolla tecnologica del 2000, però, la resa dei treasuries eclissò la portata dei redditi dello S&P500 con un ampio margine. Con le obbligazioni che generano più del 6% e i titoli poco più del 3%, una persona razionale avrebbe facilmente visto che il mercato stava scendendo. Si è parlato molto dei ritardi sull’innalzamento dei tassi di interesse e la valutazione dei titoli azionari. Se la Fed dovesse aumentare notevolmente i tassi, allora il mercato sarebbe troppo caro. Questo può ancora accadere, ma c’è ragione di credere che i tassi di interesse storicamente bassi potrebbero rimanere tali per lungo tempo.

Capitalizzazioni alle stelle

Gran parte del guadagno recente del mercato azionario può essere tracciato in una manciata di aziende tecnologiche, il capitale di rischio privato ha spinto le valutazioni di alcune imprese così in alto da essere giudicate “incomprabili”. Facebook (FB) e Alphabet (GOOGL) potrebbero aumentare il flusso di cassa, ma non vediamo come giustificare un P/E a 35 per due società che valgono 500 e 700 miliardi rispettivamente.

Allo stesso modo, un certo numero di Blue Chip, come Coca-Cola (KO), hanno yield interessanti e sempre in crescita, ma come possiamo prendere in considerazione un’azienda del genere, sapendo che il suo P/E sfiora i 40 punti. Una società con una capitalizzazione di 200 miliardi di dollari e che sta attraversando un periodo di cambiamenti e difficoltà?

Lasciando da parte queste eccezioni, non sembra che la maggior parte dei titoli siano in un territorio “bolla”. Alcuni osservatori notano che i guadagni delle società hanno superato la crescita del PIL, ma questo può avere più a che fare con il fatto che la cultura aziendale americana è strutturata per dare la priorità agli azionisti. Molte società americane hanno utilizzato la politica monetaria allentata dalla Fed per premiare gli azionisti anziché investire in beni patrimoniali.

Conclusione

Molti paesi, di fronte a situazione difficili dei mercati finanziari, hanno cercato di salvare la situazione con politiche di denaro facili beneficiando gli azionisti e rendendo i titoli relativamente più attraenti. Molte società hanno anche approfittato dei bassi tassi di interesse, premiando gli azionisti con dividendi e buyback piuttosto che fare investimenti strutturali. La bassa inflazione finora ha ostacolato il piano della Fed di aumentare i tassi di interesse, il che significa che le dichiarazioni di Buffett di cui abbiamo parlato all’inizio, hanno un senso logico.

Naturalmente i mercati non sono immuni da fattori esogeni, il famigerato “cigno nero” potrebbe capitare in qualsiasi momento e rovinare il party. Ma poiché un simile evento è imprevedibile per natura, non ci appare preoccupante per questo. La possibilità che le azioni siano effettivamente economiche oggi è un potente incentivo per continuare a comprare azioni di società di qualità. Ovviamente, nulla è meglio che acquistare società sottocosto dopo un’attenta analisi e parliamo di lungo periodo.

lunedì 10 ottobre 2016

Gli investitori stanno sottostimando il rischio di una recessione

Altra giornata di passione sui mercati, le notizie economiche che giungono dal Giappone e dagli Stati Uniti, unite al fatto che Deutsche Bank sembra non aver trovato un accordo con il Dipartimento di Giustizia americano, fanno temere ad una ennesima settimana negativa. Aggiungiamo che nel fine settimana il Fondo Monetario Internazionale ha definito i mercati “indifesi” contro una probabile recessione che secondo gli analisti è probabile al 31%.

Se gli Stati Uniti sono riusciti a varare interventi di emergenza durante la crisi del 2008, che hanno consentito di salvare istituzioni sistemiche che in caso contrario avrebbero fatto crollare l’economia mondiale, è stato anche grazie alla discrezionalità con la quale si sono potuti varare i primi interventi. E invece oggi le democrazie si sono evolute in una strada di controlli e contrappesi per circostanze nelle quali invece sarebbe giusto fornire discrezionalità per gli interventi di emergenza. Occorre dunque fornire più discrezionalità e potere negli arsenali della finanza.

Anche se la crescita viene definita “morbida”, questo può essere visto come positivo per le azioni, data la risposta tipica delle valute ma non certo però la crescita negativa delle aziende che si apprestano a chiudere il 6 trimestre negativo di fila. Una recessione in questo momento in cui le aziende sono molto esposte sarebbe particolarmente problematico per molti settori: le stime degli utili per il prossimo anno sono aggressive nel momento in cui le banche centrali stanno lottando mantenere una crescita mediocre, anche col beneficio di un sempre più kit di strumenti.

Giusto per non farci mancare nulla, oltre al problema Deutsche Bank possiamo aggiungere “di nuovo”, la Grecia. L’Euro-gruppo sbloccherà la nuova tranche da 2,8 miliardi di euro, ma per Atene la situazione resta drammatica: il Fondo monetario internazionale, che appoggia la ristrutturazione del passivo, uscirà dal piano di salvataggio. La Germania non farà alcuna nuova concessione in vista delle elezioni dell’autunno 2017. Benzina sul fuoco in una Europa ormai sempre più in bilico.

CFNAI, Come investitori stiamo interpretando bene il mercato

Di tutti gli indicatori che abbiamo seguito, quello che ci colpisce fortemente è il prodotto interno lordo reale (PIL). Il Pil nel secondo trimestre ha segnato un +1,4%, rispetto al +1,1% della lettura intermedia del mese scorso e il +1,2% di quella preliminare. L’economia, però, cresce meno del 2% da tre trimestri consecutivi. L’attuale ritmo di espansione è il più debole dal 1949. Nel 2015 la crescita era stata del 2,6%, l’anno migliore dal 2006, sopra la media del 2,1% all’anno registrata dal 2010, il primo anno intero dopo la recessione. Per fare un paragone, la crescita media negli anni Novanta era stata del 3,4% all’anno.

Storicamente, quando le letture del CFNAI (L’indice Cfnai, misura l’andamento dell’attività economica nel distretto della Fed di Chicago) sono state costantemente negative, il multiplo sullo S&P500 è stato piatto anno su anno, secondo i dati di Bloomberg. È vero che nessun indicatore economico è in grado di darci conferme sulla complessità delle attuali economie. Detto questo, nonostante l’importanza delle sequenze recessive, pochi oggi sembrano preoccupati. La volatilità rimane bassa e multipli alti. Tuttavia, il CFNAI sta suggerendo che dovremmo essere tutti un po più preoccupati in prospettiva.

venerdì 30 settembre 2016

Deutsche Bank fa tremare i mercati ma è pronto un piano di salvataggio

Secondo un report rilasciato da Bloomberg, dieci hedge fund hanno ritirato la loro liquidità presso Deutsche Bank e ridotto la loro esposizione nei confronti dell’istituto di credito tedesco, in virtù della preoccupazione per le sue condizioni finanziarie. Ieri intanto l’OPEC non è riuscita a far volare i mercati con la dichiarazione di un imminente taglio alla produzione per risollevare i prezzi. Gli indici americano sono crollati sulla scia delle preoccupazioni sulla salute finanziaria di Deutsche Bank.

Deutsche Bank è stata sotto pressione per la maggior parte dell’anno, di recente sono venute a galla le preoccupazioni di una possibile multa di 14 miliardi arrivato dal Dipartimento di Giustizia americano nell’affare mutui subprime, che tempismo. Le azioni erano leggermente salite di recente dopo che la banca ha accettato di vendere Abbey Life per 1,2 miliardi, e l’amministratore delegato John Cryan avevano escluso una vendita di azioni. La multa più salata per un caso simile è stata pagata da Bank of America che nel 2014 che ha versato 16,65 miliardi di dollari, mentre lo scorso aprile Goldman Sachs è stata multata per 5 miliardi.

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Ma ad innescare le vendite, la diffusione di un documento interno che mostra l’uscita di dieci hedge fund dall’istituto tedesco a causa della preoccupazione per le sue condizioni finanziarie. La decisione dei fondi, una piccola parte degli oltre 200 clienti della divisione che gestisce i rapporti con gli hedge funds, è legata alla necessità di diversificare la propria esposizione dopo che il collasso di Lehman del 2008 o quello di Mf Global nel 2011 hanno portato al congelamento degli asset dei fondi clienti dei due istituti.

La multa più salata per un caso simile è stata pagata da Bank of America che nel 2014 che ha versato 16,65 miliardi di dollari, mentre lo scorso aprile Goldman Sachs (GS) è stata multata per 5 miliardi.Tra i fondi che hanno spostato parte delle loro esposizioni in derivati figurano Millennium Partners, che gestisce 34 miliardi di dollari, Rokos capital Management (4 miliardi) e Capula Investment Management (14 miliardi).

Intanto Deutsche Bank tenta di di rassicurare alla luce del sell-off avvenuto ieri.

I nostri clienti trading sono tra gli investitori più sofisticati al mondo. Siamo fiduciosi che la maggioranza di loro comprenda a pieno la nostra posizione finanziaria stabile, il contesto macroeconomico attuale, le trattative in corso in Usa e i progressi che stiamo facendo con la nostra strategia.

Deutsche Bank ha riferito ad un giornale americano che alcuni hedge fund avevano imposto limiti di rischio sul business che la banca tedesca in risposta alle notizie negative e il recente aumento dei suoi prezzi sul credit default swap, un ampio indicatore del rischio di credito. Le azioni quotate in American sono scese del 9,1 per cento giovedì, chiudendo la giornata in calo del 6,7 per cento, abbassando la capitalizzazione della banca a 15.8 miliardi.

Intanto seduta pesante per le Borse asiatiche, tutte in profondo rosso ad eccezione degli indici della Cina continentale.

La Germania salvi Deutsche Bank e le banche italiane, smettendola di porre paletti. Così scrive in un lungo editoriale pubblicato su Marketwatch, portale del gruppo Wall Street Journal, Matthew Lynn, financial columnist inglese. Lynn lancia un appello alla cancelliera tedesca Angela Merkel affinchè agisca in fretta per evitare una nuova grave crisi finanziaria come quella del 2008.

Angela Merkel deve dire a chiare lettere che il governo tedesco sta dietro Deutsche Bank per sostenerla se necessario. Berlino dovrebbe entrare nel capitale della banca come fece la Gran Bretagna nel 2008 con i Lloyds. Ciò deve avvenire subito, perché anche solo la minaccia di lasciar andare il problema è follia pura e prima Merkel lo capisce meglio è. La banca non ha bisogno di aumenti di capitale, oggi corre meno rischi in bilancio di un tempo e non ha problemi di liquidità.

La banca sarà salvata, a dispetto di quanto affermano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il numero uno della banca, John Cryan. E’ quanto riporta il settimanale tedesco Die Zeit. Il contenuto dell’articolo è stato ripreso da Reuters, che scrive che il governo tedesco e le autorità finanziarie stanno preparando un piano di salvataggio per Deutsche Bank. Il piano consentirebbe a Deutsche Bank di varare un aumento di capitale a condizioni vantaggiose per pagare la maxi-multa imposta dal dipartimento di Giustizia Usa, del valore di $14 miliardi.