Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post

mercoledì 5 febbraio 2020

Bernie Sanders È Il Peggior Incubo Di Wall Street

Inaspettatamente Bernie Sanders ha vinto le elezioni in Iowa, stato da sempre riconosciuto come anticipatore del futuro antagonista nella corsa presidenziale, ottenendo il 24,4% dei voti, seguito da vicino dall’ex sindaco di South Bend, Pete Buttigieg al 21,4%. La senatrice Elizabeth Warren ha raccolto il 18,8%, mentre l’ex vicepresidente Joe Biden, dato per vincente da quasi tutti i sondaggi, non è riuscito ad andare oltre il 15%.

Capisco che per molti di voi sapere che Bernie Sanders ha vinto in Iowa può sembrare una notizia superflua e non interessante, o magari molti di voi neanche sanno chi sia Bernie Sanders. Se volete investire nel mercato americano, ahimè, queste informazioni sono importanti, perchè?

Perchè se Bernie Sanders dovesse vincere le primarie e prendersi pure la Casa Bianca, sarebbe il peggior incubo politico di Wall Street.

Gli investitori odiano notoriamente l’incertezza. Ed è difficile immaginare qualcosa che causerebbe più incertezza al sistema capitalista che eleggere un socialista democratico autoproclamato che chiede una rivoluzione politica.



Sanders vuole vietare il fracking di petrolio e gas, dividere le grandi banche e istituire un’imposta sul patrimonio. Immaginate niente di peggio per un mercato capitalista come quello americano? Io no.

Ecco perché Wall Street sente Sanders col fiato sul collo e queste elezioni in Iowa non sono state viste di buon occhio dalla maggior parte degli hedge founder d’America. Tra l’altro ci si aspetta anche la vittoria nel Super Tuesday. Saremmo costretti a confrontarci con la realtà secondo cui Sanders, un tempo considerato un candidato di lunga data (vista la sua età – 79 anni), non avrebbe potuto vincere le elezioni del 2020.

Jeff Gundlach, investitore miliardario che predisse correttamente la vittoria nel 2016 di Donald Trump, ha avvertito in settimana Wall Street che la sua più grande “paura” incombente in questi giorni sarebbe una vittoria per Sanders.

Sanders è salito nei sondaggi per tutto il mese di gennaio ed è ora considerato il favorito per vincere la nomination secondo le previsione PredictIt. Sanders ha ora una probabilità del 46% di vincere la nomination, rispetto al 18% all’inizio di dicembre. Il prossimo democratico più vicino è Joe Biden, con il 27%, secondo PredictIt.

Lui vuole riscrivere l’economia americana

Lo adori o lo odi, non c’è dubbio che Sanders stia abbracciando politiche che riscriverebbero vaste aree dell’economia americana. Il senatore americano del Vermont vuole distruggere Facebook, frenare i riacquisti di azioni e fornire Medicare a tutti. Qualunque sia la saggezza di quelle mosse, ognuna causerebbe un’enorme incertezza per gli investitori.

Io personalmente sono stato sul sito di Sanders, ben fatto, consiglio la lettura, nella sua sezione “issues”, cioè i programmi che vuole affrontare ce ne sono alcuni che mi ricordano molto una citazione di Nikita Khrushchev.

“I politici promettono sempre di costruire ponti dove non ci sono fiumi.”

Vi elenco solo alcuni punti:

Medicare per tutti
College per tutti
Case per tutti
Giustizia per tutti
Tasse alte ai ricchi
Banche gratis per tutti
Internet veloce per tutti
Lavoro per tutti


Io non ho nulla contro Sanders, per carità, ma ad essere onesti ciò che propone è qualcosa di utopico, letteralmente, altro che muro di Trump, qui siamo di fronte ad un ribaltone legislativo, culturale e sociale del più grande paese del mondo.

Al contrario, il principale rivale di Sanders, Biden, ha sostenuto politiche meno drammatiche. Ad esempio, Biden sostiene una tassa sul carbonio, ma non vuole vietare il fracking o le esportazioni di combustibili fossili. Vuole espandere l’Obamacare ma si oppone al Medicare per tutti. Biden chiede maggiori imposte sulle società, ma non una implementazione di un’imposta sul patrimonio come Sanders.


Credo che il mercato possa convivere con Joe Biden perché è accettato come più centrista, Wall Street potrebbe anche vivere con altri moderati ancora in corsa, tra cui il miliardario Michael Bloomberg, l’ex sindaco dell’Indiana Pete Buttigieg e il senatore Amy Klobuchar. Bernie ha tutte le premesse per essere il “peggior incubo” di Wall Street. Da parte sua, Sanders ha abbracciato l’idea di essere il Baba Yega (l’uomo nero) di Wall Street.

“La classe miliardaria è spaventata e dovrebbe esserlo”
ha scritto Sanders sulla sua pagina Instagram il mese scorso.

Ha promesso di “porre fine all’avidità” in molti settori, tra cui Wall Street, assicurazioni e combustibili fossili. E’ pronto ad essere il loro peggior incubo e difendere le famiglie. Certo, è importante ricordare che un presidente Sanders non potrebbe impugnare una bacchetta magica per mettere in atto le sue proposte di politiche estreme. Il Congresso deve approvare eventuali cambiamenti radicali. I repubblicani (e forse anche alcuni democratici moderati) cercherebbero sicuramente di bloccare l’agenda di Sanders. E il GOP potrebbe ancora controllare il Senato degli Stati Uniti.

Anche se un progressista dovesse sedersi alla Casa Bianca e il Senato diventasse blu (democratico), ci sarebbero abbastanza moderati per “imbottigliare i cambiamenti di politica più aggressivi, come se il Senato fosse un firewall alle politiche estreme di Sanders.

Io sono convinto che Sanders non riuscirà a prendersi la poltrona più ambita del mondo, primo perchè Biden rimane comunque la prima scelta dei democratici, anche dopo la battuta d’arresto in Iowa, è sempre il candidato più apprezzato. Inoltre tutti danno per sconfitto in partenza Trump, che piaccia o no il suo modo di fare, ha davvero realizzato ciò che promise quando fu eletto. Trump ha le carte in regola per farsi un secondo mandato e gli americani lo adorano, al di là delle sue pazzie “twittiane”, è considerato ancora l’uomo giusto per il paese.

In questi giorni sto leggendo un libro molto interessante, un regalo fatto dal mio collega Marco, Assedio. Fuoco su Trump di Michael Wolff, un viaggio all’interno della Casa Bianca che svela tutti i retroscena di un presidente matto ma coerente con le sue decisioni, gli americani al primo posto, quel che costi. Io non sono un suo fan, sia chiaro, dico solo che secondo i sondaggi, lui è ancora il preferito come presidente.

Se Sanders è un risultato da incubo, altri quattro anni di Trump sono ampiamente visti come il miglior risultato per il mercato azionario a Wall Street, come dice il proverbio, scegliere il male minore.

Il nuovo mandato di Trump

Trump ha lanciato la sfida ai democratici per un secondo mandato a colpi di tassazione più bassa (maggiore a quella fatta nell’attuale mandato), più deregolamentazione e indifferenza totale sui disavanzi di trilioni di dollari, se al paese piace, nulla da dire, che l’economia possa digerire la sua indifferenza è un’altra questione.

Ma una rielezione di Trump comporta anche dei rischi.

Con un secondo mandato Trump potrebbe dimostrarsi ancora più aggressivo e imprevedibile nell’utilizzare le tariffe come arma, a briglie sciolte si spingerebbe verso scenari da guerrafondaio, ora rimane tranquillo perchè una seconda rielezione è troppo importante e una spinta verso cattive diplomazie non verrebbe visto di buon occhio dal suo elettorato.

Le azioni si comportano molto meglio sotto i democratici

Ritengo che aumento dell’imposta sulle società sarebbe negativo per le azioni, la volatilità e l’incertezza causate dai contrasti con la Cina e l’Iran sono state allo stesso modo negative. Non credo che dovremmo trarre automaticamente la conclusione che un repubblicano sarebbe la scelta migliore per il mercato e un democratico peggiore, dico solo che il peggio sarebbe Sanders.

Se diamo uno sguardo alle tanto amate statistiche, dal 1944 lo S&P500 ha registrato un guadagno medio dell’11,1% all’anno sotto le amministrazioni democratiche, rispetto al 6,9% sotto i repubblicani, secondo una ricerca di CFRA. Tale tendenza è ancora più pronunciata immediatamente dopo le elezioni. Lo S&P500 ha registrato in media un guadagno del 17% durante il primo anno di un ciclo presidenziale democratico, rispetto allo 0,4% dei repubblicani.



È anche saggio prendere queste previsioni di mercato con le pinze. Nessuno sa esattamente come reagirà il mercato con un nuovo presidente, alla fine, la salute di fondo dell’economia e dei profitti aziendali, non della politica, è il vero motore dei prezzi delle azioni.

Ad esempio, molti a Wall Street hanno sottolinearono che una vittoria di Trump nel 2016 avrebbe avuto un impatto positivo sull’azionario. Avevano ragione – per circa cinque ore i futures azionari precipitarono appena saputo della vittoria di Trump. Le azioni poi decollarono e oggi Trump è considerato lo scenario migliore per Wall Street nel 2020.

mercoledì 4 settembre 2019

Le banche centrali non sanno più che soluzione trovare

Banca e simbolo dell'Euro

I banchieri centrali di tutto il mondo si sono incontrati la settimana scorsa a Jackson Hole, nel Wyoming, per il consueto meeting annuale.

Il simposio di Jackson Hole è passato dall’essere l’incontro raccontato in decima pagina sul New York Times, ad uno degli eventi chiave che gli investitori aspettano col fiato sospeso per vedere quali politiche la Federal Reserve e la Banca centrale europea attueranno.

La maggioranza degli investitori sono convinti che le banche centrali abbiano le armi necessarie per far fronte a debolezze di mercato. Ma le banche centrali hanno idee abbastanza grandi per affrontare le preoccupazioni che attanagliano l’economia?

I banchieri centrali si trovano ad affrontare uno scenario davvero unico. I rendimenti obbligazionari in molti paesi non sono mai stati così bassi. In molti paesi, sono completamente negativi. La Germania ha appena emesso un lotto di obbligazioni trentennali con una cedola pari a zero – in altre parole, gli investitori danno alla Germania i loro soldi per 30 anni e non si aspettano alcun interesse alla scadenza.


Ma probabilmente, per alcuni, non è strano che una banca, come quella tedesca, riesca a vendere una serie di debiti triennali garantiti da ipoteca, con un rendimento negativo. Fa strano, ma per alcuni no. Esatto: gli investitori pagano per poter investire in debito garantito da proprietà.

Sono sicuro che è un buon rischio di credito, ma non è privo di rischi. Tuttavia, la tua unica ricompensa come investitore è quella di perdere un po’ meno denaro di quanto faresti prestando al governo tedesco, nello stesso periodo di tempo.


Continua a suonarmi strano.

Attenzione, cerchiamo di non offendere i nostri amici inglesi, ci sono anche loro nel malaffare europeo. La Brexit sembra ormai una sceneggiatura di Richard Kelly, tra sogni infranti, possibili soluzioni, referendum, proteste e giudici, ci mancava solo la Regina. L’Italia sta di nuovo “giocando” (un altro primo ministro e governo sono appena stati rovesciati), ormai ho perso il conto, mi sembra sia la ventesima repubblica in 30 anni. La Germania è sull’orlo della recessione e la destra avanza portandosi dietro nubi antieuropeiste.

E oltreoceano non dimentichiamo, come potremmo, del nostro amico tweet The Donald. Mi basta citare un luogo magnifico nel mondo per strapparvi un sorriso, Groenlandia. Per chi non conoscesse la storia, Trump avrebbe fatto formale richiesta alla Danimarca di acquistare la Groenlandia. Ma perché non l’intera Scandinavia dico io.

Quindi, nel mondo finanziario, hai livelli epici di distorsione monetaria. Nel mondo “reale”, si hanno disordini politici e continue minacce allo status quo sul commercio, oltre a chiari segnali che questa tensione e il rallentamento in Cina stanno avendo un effetto reale sulle economie più esposte al commercio globale, come Germania e Singapore.

Il mercato è piuttosto abituato a fare affidamento sui banchieri centrali per sistemare le cose negli ultimi dieci anni circa. Hanno deciso di essere gli adulti nella stanza e fino a poco tempo fa i politici erano disposti a cedere quel potere a loro.

Non è più così. Quindi stanno affrontando un momento difficile.
E non limitarti a sentirlo da me – come ha affermato Raghuram Rajan, probabilmente uno degli ex banchieri centrali più intelligenti e riflessivi del mondo (ha sottolineato nel 2006 che la crisi finanziaria era un rischio significativo), sul Financial Times: “Direi che questo è probabilmente l’ambiente più interessante per i banchieri centrali dopo la crisi”.

Sappiamo tutti che “interessante” non è in senso positivo.

Non è chiaro se l’economia è così grave come il mercato pensa.
Quindi vedremo come ne uscirà la Fed e i suoi colleghi in tutto il mondo. Venerdì sarà particolarmente critico, con tutti gli occhi puntati su Jerome Powell e il suo discorso.

È facile distrarsi dai costanti tweet di Trump diretti verso il capo della Fed. Ma sono davvero solo distrazioni.

Il vero problema per la Fed – come chiarisce l’ultimo lotto di minutes – è che qualunque cosa stia succedendo, non è ovvio che le cose siano abbastanza serie da giustificare il tipo di grande stimolo per il quale il mercato sembra essere alla disperata ricerca.

La spesa dei consumi rimane solida, come indicano i risultati stellari sia di Walmart che di Target. Gli Stati Uniti hanno ancora livelli ragionevoli di inflazione. L’economia non sembra spettacolare, ma non sembra nemmeno terribile. In breve, nessuno è del tutto sicuro di quello che sta succedendo.

Ciò è chiaro dagli ultimi minutes della Fed, in cui non vi era alcuna chiara opinione di consenso su quali azioni il comitato dovrebbe intraprendere. Tutto incerto insomma.
Un problema è che la Fed non controlla la politica commerciale e non è qualcosa che può facilmente indovinare, o fare davvero molto, a meno di cercare deliberatamente di prendere di mira il dollaro. Un altro problema è che gran parte dei nervosismi globali derivano da preoccupazioni per l’Europa e la Cina.

Quindi immagino la Fed in una posizione di insoddisfazione che lascia i mercati sconcertati sulla prossima mossa e ultra sensibili a qualsiasi dato economico che punti in un modo o nell’altro.
Siamo quindi di fronte ad un paradosso, una scelta della Fed rivolta ad una politica “trumpiana” verrebbe accolta con grande soddisfazione dai mercati, ma ad un costo troppo alto per il futuro accentuando il dolore che si proverebbe in caso di recessione.

Per contro, una politica della Fed più logica e giusta, non soddisferebbe i mercati, alimenterebbe la scintilla di una recessione in breve tempo, che sarebbe però vissuta con società che mostrano utili e con una economia in rallentamento, non ferma, quindi più facile da gestire.

Ma non sarebbe la prima volta che i banchieri centrali riusciranno a sorprendere i mercati tirando fuori dal cilindro il proverbiale “grande bazooka”.



Seguimi anche sul gruppo Facebook “Battere il Benchmark” ==> https://bit.ly/2wzzIez
Acquista il mio libro “Battere il Benchmark” ==> https://bit.ly/2WvfCgd

venerdì 19 luglio 2019

L’America deve competere con le aziende cinesi, non vietarle

Ormai sono passati 18 mesi da quanto l’amministrazione Trump ha intrapreso la strada dei dazi doganali contro la Cina e ha iniziato la guerra a Huawei, il gigante delle telecomunicazioni cinese. Accuse, sanzioni e pressioni diplomatiche, sembra tutto un gioco per l’America. Ma tutto parte, come al solito, dalla cima. Il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che blocca le aziende statunitensi dall'uso di attrezzature e servizi prodotti da società controllate dai "governi avversari". Trump non ha puntato il dito su Huawei o la Cina, ma credo che il messaggio fosse chiaro.
Con quella firma, Trump ha di fatto inserito Huawei e 68 delle sue società affiliate in un elenco di aziende a cui le società statunitensi potrebbero non vendere componenti senza l'approvazione del governo, presso il Dipartimento del Commercio. L’ordine esecutivo è una minaccia seria, ma essere presente in quella lista è un danno incalcolabile. Infatti, nel momento in cui il nome dell’azienda cinese appare, come un ricercato, nella lista nera, quattro enormi società tecnologiche americane, Broadcom, Intel, Qualcomm e Xilinx, hanno immediatamente smesso di fare affari con Huawei. Senza contare il ritiro strategico di Google che annunciato che non avrebbe più fornito il sistema operativo mobile Android agli smartphone Huawei.
Duro colpo per Huawei, Ren Zhengfei, in fondatore, qualche giorno dopo in una conferenza ha dichiarato che prevede un calo dei ricavi di $ 30 miliardi nei prossimi due anni a causa delle azioni degli Stati Uniti, in calo da $ 107 miliardi su base annua nel 2018.
A sentire il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, Huwaei con la sua 5G, sarebbe una potenziale minaccia per l’America, perché consentirebbe alla Cina non solo di accedere a dati preziosi ma anche di "controllare l'Internet del futuro" e "dividere le alleanze occidentali attraverso bit e byte".
Come ho già spiegato altre volte, in alcune dirette o articoli, l’America fa bene a concentrarsi su una sana competizione con le aziende cinesi. Da una sana competizione, esce sempre il prodotto migliore. La Cina ha lavorato sodo nel tentativo di costruire il cyberspazio a sua immagine, usando la regolamentazione interna, l'innovazione tecnologica, aziende di livello mondiale e diplomazia straniera. Il fatto è che l’America non ha ancora capito che questa crociata servirà solo ad aiutare un paese già in forte espansione. L'accento posto dall'amministrazione sul disaccoppiamento degli ecosistemi scientifici e tecnologici statunitensi e cinesi rischia di rallentare l'innovazione americana e di accelerare i piani cinesi di indipendenza tecnologica.
Piuttosto che tentare di costringere gli altri paesi ad abbandonare Huawei, gli Stati Uniti dovrebbero offrire loro alternative che possano competere sul prezzo e sull'efficienza. Washington dovrebbe lavorare con i governi alleati per migliorare la loro sicurezza informatica. E dovrebbe investire nella ricerca per padroneggiare nella futura tecnologia 5G.

5G

Certo da lato è vero, la 5G porterà nuove minacce. Il governo americano è convinto che la 5G di Huawei non è sicura, questa idea nasce dal fatto che l’azienda è cinese, o perché realmente c’è un problema con il futuro della rete? Il problema sta nel fornire il flusso dati, a differenza delle reti di terza o quarta generazione, il produttore distribuirà un flusso di aggiornamenti software più velocemente di quanto gli ispettori possano verificare le informazioni. L'architettura del sistema 5G richiede quindi agli utenti di fidarsi del fornitore. Non è facile. Ovviamente i funzionari di Huawei negano strenuamente di essere in qualche modo legati al governo cinese. Perché dovrebbe ammettere il contrario.
Sta di fatto però, che altri paesi non vogliono inimicarsi Trump, ma allo stesso modo vedono un beneficio economico enorme nel mantenere vivi i contatti con la Cina. Francia, Germania e Regno Unito sembrano aver concluso che possono mitigare i rischi dell'utilizzo dei prodotti Huawei utilizzando diversi fornitori accanto alle apparecchiature Huawei, mantenendo la società cinese fuori dalle reti più sensibili, monitorando continuamente le reti e la progettazione ridondante e resiliente in modo che se l'attrezzatura Huawei viene compromessa, l'intero sistema non va in crash. È molto probabile che altri paesi utilizzeranno questo sistema come copertura, anche se l'amministrazione Trump ha minacciato di limitare la condivisione delle informazioni se Parigi, Berlino e Londra procederanno. L’America ha sempre bisogno di un nemico.
Concludendo, gli Stati Uniti sono giustamente preoccupati per le ambizioni tecnologiche della Cina. Ma per contrastarli con successo, Washington ha bisogno di adottare la tecnologia delle telecomunicazioni Huawei, i politici in Africa, Europa e America Latina si stanno già muovendo in tal senso. Per molti paesi, i vantaggi di un 5G veloce ed economico superano il rischio per la sicurezza rappresentato da Huawei. Se Washington vuole cambiare corsia, dovrebbe fornire ad amici e alleati un'alternativa finanziariamente sostenibile, magari usando la US International Development Finance Corporation per fornire prestiti per finanziare le apparecchiature Ericsson o Nokia. Partendo dal presupposto che le reti dominate dai fornitori cinesi sono vulnerabili agli attacchi informatici.
Inoltre dovrebbe investire ed incoraggiare le aziende ad iniziare la ricerca sulle tecnologie 6G che probabilmente supereranno il 5G tra 15 anni.
L'amministrazione Trump ha scelto di contrastare la crescente influenza digitale della Cina. Questo disaccoppiamento potrebbe rallentare i progressi della Cina a breve termine, ma alla fine probabilmente rafforzerà la mano di Pechino. Tra qualche anno, Washington potrebbe guardare indietro e rendersi conto che le sue politiche non hanno soppresso lo sviluppo tecnologico cinese, ma l'hanno accelerato.



Seguimi anche sul gruppo Facebook "Battere il Benchmark" ==> https://bit.ly/2wzzIez
Acquista il mio libro "Battere il Benchmark" ==> https://bit.ly/2WvfCgd

giovedì 11 luglio 2019

Potrebbe Trump riportare il prezzo del petrolio a 140 dollari?

Trump e bandiera americana
Una cosa è certa: con Trump non ci si annoia mai.
La sua campagna elettorale permanente prevede sempre la presenza di un nemico da sconfiggere o da ridurre a più miti consigli.
E visto che stiamo parlando di un uomo che ha conquistato la Casa Bianca contro tutti i sondaggi, probabilmente la sua strategia è, al momento, efficace.
Prima il Messico e i messicani, poi la Cina ed ora si aggiunge l’Iran.
In realtà l’Iran è sempre stato considerato dagli Usa un nemico ma con gli accordi stipulati dall’amministrazione Obama i rapporti si erano ricuciti.
Sia chiaro, Iran e Usa non giocavano a golf insieme come amici di vecchia data, ma già limitarsi a mantenere buoni rapporti era un considerato un gran successo.
Poi le tensioni sono aumentate costantemente da maggio 2018, quando Trump abbandonò improvvisamente l’accordo nucleare del 2015 tra l’Iran e le sei potenze mondiali.
Trump non ha solo abbandonato l’accordo ma ha ripristinato le sanzioni per costringere l’Iran a rinegoziarlo.
Ora le scaramucce si sono di nuovo manifestate dopo l’abbattimento del drone statunitense sullo stretto di Hormuz.
L’Iran sostiene che gli Usa hanno violato il suo spazio aereo.
Gli Stati Uniti insistono che si trattava di acque internazionali.
Tutto questo è stato preceduto da due serie di esplosioni che hanno danneggiato sei navi petroliere nella regione.
Una regione nella quale passa ogni giorno un quinto del petrolio mondiale.
Naturalmente non è mia intenzione sindacare sulle ragioni dell’uno o dell’altro.
Non sono un esperto di geo-politica e, anche se lo fossi, non è senza dubbio questo il luogo adatto per discuterne.
Ormai dovresti conoscermi.
Quello che mi interessa è l’impatto che queste tensioni possono avere sui mercati finanziari e sui miei (e tuoi) portafogli di investimento.
Non c’è dubbio che i mercati siano particolarmente sensibili a ciò che avviene in quelle regioni.
Questo perché ogni tensione si riflette sul prezzo del petrolio.
E il prezzo del petrolio influenza l’andamento della crescita economica la quale, a sua volta, si riflette nei mercati finanziari.
Ma andiamo con ordine.
Le tensioni geo-politiche nel medio oriente impattano sul prezzo del petrolio perché oltre il 70% delle riserve mondiali si trovano proprio sotto quelle terre:
grafico dei paesi con maggiori riserve di petrolio e gas
Hai presente il sobbalzo che fai quando ti infilano sottopelle un ago senza preavviso?
Ecco quella è la reazione del prezzo del petrolio ad ogni minima tensione che vede coinvolte quelle terre.
E, come ti accennavo, il prezzo del petrolio influenza non poco l’economia e, di riflesso, il mercato finanziario.
Mercato obbligazionario, azionario, delle valute si muovono repentinamente ad ogni battito d’ali di farfalla nel golfo Persico.
Tuttavia, se mi segui da un po’ e se hai letto il mio libro, la strategia che adotto e che mi consente di battere il benchmark ormai da 10 anni, è quella di un investitore di lungo periodo nel mercato azionario americano.
Quindi quello che devo analizzare è l’impatto che le quotazioni dell’oro nero hanno sui mercati d’oltreoceano.
Allora vediamo.
Il petrolio è una materia prima quotata pertanto, così come le azioni, le obbligazioni, le valute eccetera, è influenzato anche da un elemento che i mercati in genere odiano.
Sto parlando dell’incertezza.
Una minaccia, come ad esempio quella di Trump nei confronti dell’Iran, è un’incertezza.
E in un simile contesto ogni teoria ed ogni analisi può essere valida.
Alcuni analisti sostengono che la minaccia è reale altri che si tratta di una bufala.
Altri ancora non si esprimono mentre alcuni illuminati si lanciano in previsioni con gradi di certezza assoluta.
Nel frattempo i mercati non sanno come muoversi e, nel breve periodo, vanno in fibrillazione.
Tecnicamente si dice che aumenta la volatilità.
Ma a noi del breve periodo frega nulla… giusto?
Tuttavia anche lo stato d’animo dell’investitore di lungo periodo viene messo a dura prova dalle incertezze di breve periodo.
E allora vediamo un po’ come si sta evolvendo la situazione.
Uno scontro in Medio Oriente, anche se improbabile, farebbe impennare i prezzi del petrolio… questo ce lo siamo già detti.
L’aumento del prezzo dell’oro nero, se prolungato nel tempo, comporterebbe un duro colpo per il motore dell’economia americana ovvero la spesa dei consumatori.
Infatti l’aumento dei costi di produzione delle aziende (pensa ad esempio al costo dell’energia) verrebbe scaricato sui prezzi dei beni che producono e, naturalmente aumenterebbero.
E se i prezzi aumentano, a parità di salario, una famiglia deve ridurre le spese o indebitarsi per mantenere lo stesso tenore di vita.
E’ per questo che il prezzo del petrolio viene tenuto in considerazione come anticipatore di una recessione.
Alcuni esempi per comprendere meglio il concetto.
Se hai i capelli grigi e purtroppo qualche acciacco dovuto all’età, allora ricorderai come l’embargo petrolifero saudita del 1973-1974 ha contribuito a innescare un balzo dei prezzi del petrolio che ha paralizzato l’economia.
Oppure come la rivoluzione iraniana del 1979 ha portato a una recessione negli Stati Uniti.
Allo stesso modo, l’economia americana è scivolata in una recessione dopo che l’Iraq ha invaso il Kuwait nel 1990 e di nuovo dopo il rovesciamento americano del dittatore iracheno Saddam Hussein nel 2003.
E ancora.
Ricorderai come nel 2008 la grande recessione è stata causata da un’epica bolla immobiliare.
Tuttavia non ti sarà sfuggito anche il fatto che il prezzo del petrolio era alle stelle, sopra i 140 dollari al barile, nell’estate del 2008.
Significa quindi che prezzi elevati del petrolio conducono spesso ad una recessione.
Ma la domanda è: quando il prezzo del petrolio può considerarsi “elevato”?
Se elevato è 140, il suo massimo del 2008, allora in questo momento con la quotazione a 66 dollari possiamo stare tranquilli.
Se così fosse, ognuno di noi potrebbe facilmente considerarsi un analista.
Se il massimo è a 140 e ora quota 66 perché mi dovrei preoccupare?
La realtà dei fatti è ben diversa e la risposta è sempre: dipende.
Molte cose sono cambiate rispetto al passato.
Il massimo di 140 dollari a barile del 2008 fu raggiunto in un contesto diverso rispetto ad oggi.
Ad esempio, rispetto ad allora, gli USA sono molto più indipendenti dall’energia grazie all’aumento di produzione soprattutto nel Texas occidentale.
Significa che assorbono molto più facilmente eventuali shock di prezzo dell’oro nero.
Inoltre c’è un altro fattore da considerare.
I prezzi elevati del petrolio non comportano una recessione immediata dell’economia.
Come ti dicevo, lo puoi considerare come un indicatore di tensione che, se prolungato, può riflettersi sull’andamento economico globale.
Quindi torniamo a noi.
In questo momento siamo in un contesto di volatilità dovuta semplicemente a tensioni geo-politiche?
Oppure questa si aggiunge ad un prezzo già elevato che potrebbe riversarsi nel tempo sui prezzi dei beni che acquisti facendoli aumentare?
Se così fosse siamo quindi in prossimità di una recessione?
La risposta è ancora una volta: dipende.
Dipende perché le variabili da tenere in considerazione sono infinite e gli strumenti in mano alle banche centrali per controllare eventuali tendenze inflazionistiche non sono gli stessi del passato.
Tieni comunque presente che una recessione prima di esplodere viene anticipata da numerosi segnali – tra questi certamente anche il prezzo del greggio – che devi essere in grado di leggere se vuoi riposizionare il portafoglio prima di venire travolto dall’onda.
Nel mio libro ti racconto come avevo previsto la recessione del 2008 ben prima della sua esplosione nell’estate dello stesso anno.
Ti rimando al libro per saperne di più.
In “Battere il benchmark” scoprirai come il mio sistema analizza i mercati tenendo conto di tutte queste variabili.
Tuttavia le variabili hanno impatti diversi a seconda del settore che stai analizzando.
E all’interno di ogni settore le singole aziende non ne risentono tutte allo stesso modo.
Quindi ti serve un sistema per selezionare soprattutto in periodi di alta volatilità o recessione, le aziende che ne risentono meno o si difendono meglio o addirittura ne sono avvantaggiate.
Quindi occhio, perché cadere nella trappola dell’emotività di breve periodo è facilissimo se non hai una mappa che ti guida alla meta.
Continua a seguirmi sui consueti canali e ti terrò aggiornato.



Seguimi anche sul gruppo Facebook “Battere il Benchmark” ==> https://bit.ly/2wzzIez
Acquista il mio libro “Battere il Benchmark” ==> https://bit.ly/2WvfCgd

martedì 11 dicembre 2018

La guerra Cina vs USA mette a rischio l'espansione del ciclo economico

I mercati azionari stanno vivendo un periodo incerto, è sotto gli occhi di tutti, le ragioni sono molteplici, guerra commerciale Cina-Usa, Brexit e rallentamento economico in vista, ma davvero il ciclo economico espansivo, iniziato dopo la crisi dei subprime nel 2008, è giunto al termine? La domanda che più spesso mi pongono i clienti è: quanto durerà il periodo di crescita? Non importa se ci stiamo avvicinando alla fine del ciclo o siamo alla fine. Ciò che è chiaro, è che siamo molto più vicini alla fine rispetto all'inizio. Ciò pone una sfida per gli investitori: dove investire la liquidità?

Noi trattiamo azioni, il PIL non sorprende, i profitti societari migliorati e l'aumento dei prezzi azionari si muovono in maniera sincrona. Ma, a fine ciclo, gli investitori non vedono l'ora di chiudere le posizioni di guadagno e diventano nervosi. Quindi la prudenza è il fattore dominante. Aumentare l'esposizione su capitalizzazione alte e aziende con fondamentali solidi, anche in periodi negativi di mercato, ci sono settori che non perdono.

Cercare la qualità, solidi dati finanziari e buoni dividendi in cui hai un alto grado di fiducia che verranno pagati. Noioso e vecchio stile? Forse, ma se ci saranno delle oscillazioni la qualità vincerà sempre perchè è la più richiesta. Cerchiamo di analizzare il motivo principale di questo periodo nervoso, correttivo, volatile, scegliete voi il termine, alla fine il risultato è lo stesso, i mercati stanno scendendo.

La guerra commerciale Cina vs USA

Il Trade Representative statunitense Robert Lighthizer ha riferito domenica che considera il 1° marzo "una dura scadenza" per raggiungere un accordo sul commercio con la Cina e che le nuove tariffe saranno imposte diversamente. Il ministero del commercio cinese ha risposto in una breve dichiarazione che entrambe le parti si sono scambiate opinioni sul raggiungimento di un accordo durante il G20, stanno spingendo per un secondo incontro per attuare la prossima fase delle consultazioni economiche e commerciali. Il caso dell'arresto di Meng Wanzhou, figlia del fondatore Huawei ha complicato non poco le trattative.



I mercati globali sono nervosi, lo scontro crescente tra le due maggiori potenze economiche del mondo, rispetto all'enorme surplus commerciale della Cina con gli Stati Uniti e le accuse di Washington sul fatto che Pechino stia rubando proprietà intellettuali e tecnologiche, sembrano passi indietro dalla famosa telefonata tra i due leader avvenuta appena 10 giorni fa.

Ma alla fine, cosa vuole Trump per chiudere la faccenda in maniera positiva?

Proprietà intellettuale
La Cina ha ufficialmente negato di costringere le compagnie straniere a consegnare la tecnologia come condizione per fare affari nel paese - una denuncia di lunga data da parte degli Stati Uniti e di altri paesi. L'America è convinta che ci sia un furto di proprietà intellettuale e pretende la fine di queste minacce.

La protezione degli IP
Già nel 2012, il generale Keith Alexander, che all'epoca era impegnato nello sforzo americano contro la guerra informatica, descrisse il furto degli IP americani da parte delle compagnie cinesi come il più grande trasferimento di ricchezza nella storia. La riforma dell'IP è in cantiere da anni e nel 2019 si prevede qualche aggiornamento. Resta da vedere se questo sia sufficiente per soddisfare i negoziatori statunitensi, ma sarebbe sicuramente considerato come una vittoria di Donald Trump.

Intrusioni e furti informatici
Nel 2015, Xi Jinping e Barack Obama hanno accettato di ridurre i cyber-attacchi. Tuttavia, gli attacchi cinesi alle società statunitensi sono aumentati da quando gli Stati Uniti hanno implementato per la prima volta le tariffe commerciali nel luglio 2018. Questi attacchi sono direttamente collegati all'esercito di liberazione popolare. L'implicazione che questi siano stati orchestrati dallo stato significa che ci potrebbe essere spazio per gli Stati Uniti per forzare ulteriormente la mano sulla Cina, in quella che sarebbe considerata un'altra vittoria per Trump.

Servizi e agricoltura
La notizia che la Cina aveva accettato di acquistare "una quantità molto consistente di prodotti agricoli" ha fatto salire i prezzi della soia dopo il vertice di Buenos Aires. Non ci sono state dichiarazioni pubbliche ufficiali da parte della Cina su questo fronte, ma i mercati sono in attesa. Anche un semplice riferimento al settore dei servizi potrebbe significare che il mercato cinese sarebbe più aperto ai fornitori di servizi statunitensi, in particolare in quello finanziario, dove sono anni che l'America sta tentando di entrare. Ancora una volta, è improbabile che questo obiettivo a lungo termine venga risolto entro 90 giorni. Tuttavia, è un'area in cui la Cina potrebbe essere in grado di fare alcune concessioni.

L'inizio dei nuovi negoziati, siamo ad una svolta?

Gli Stati Uniti e la Cina hanno avviato l'ultimo giro di negoziati commerciali con una telefonata che ha coinvolto il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, il rappresentante del commercio americano Robert Lighthizer e il vice premier cinese Liu He.

Come parte della tregua commerciale raggiunta tra Xi e Trump, i funzionari cinesi stanno anche valutando di apportare modifiche al piano Made in China 2025, una politica industriale guidata dallo stato volta a consentire alle società cinesi di dominare un certo numero di industrie come intelligenza artificiale e robotica. E' un punto focale delle denunce degli Stati Uniti, secondo cui Pechino utilizza pratiche commerciali sleali che mettono le imprese straniere in svantaggio rispetto alle aziende cinesi.

Durante i negoziati, gli Stati Uniti hanno dichiarato che non aumenteranno le tariffe di $ 200 miliardi di merci cinesi al 25% dal 10%, come previsto per il 1° gennaio.

Entrambe le parti stanno spingendo per impedire che i negoziati vengano deragliati, anche se la Cina si dichiara indignata dall'arresto in Canada di Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei, da parte di una richiesta americana. Trump ha nominato Lighthizer come il capo negoziatore sulle questioni della Cina, avere sia il segretario del Tesoro che il rappresentante commerciale a gestire la questione, suggerisce che il Tesoro continuerà ad avere un ruolo significativo nei colloqui.

Cosa può far terminare la guerra tra Cina e USA?

L'orologio segna la tregua della guerra commerciale di 90 giorni approvata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal presidente cinese Xi Jinping a Buenos Aires lo scorso fine settimana, con gli analisti che avvertono che non è un tempo sufficiente per permettere alle due parti di colmare le grandi differenze tra le loro posizioni sulle questioni chiave.

Inoltre, mentre i progressi sulla protezione della proprietà intellettuale potrebbero essere possibili durante il periodo del "cessate il fuoco", le aspettative per le principali concessioni cinesi in altri settori, in particolare la riforma delle imprese statali, sono quasi impossibili.



Negoziare accordi commerciali può essere un processo arduo anche per i paesi con credenziali di libero scambio stabilite da lungo tempo. Tuttavia, potrebbero esserci situazioni favorevoli che possono essere concesse, se non in tre mesi, sicuramente nel 2019. Le aziende statunitensi gradirebbero un miglioramento, dato che secondo le loro stime, questa guerra ormai è costata tra i $ 225 miliardi e $ 600 miliardi. A questo ritmo, gli Stati Uniti potrebbero soffrire di perdite intorno a 1,2 trilioni di dollari di danni economici dalla pubblicazione del rapporto originale della Commissione IP.

L'esito dei colloqui può essere considerato come se ciascuna parte cercasse di placare le rispettive pretese, guadagnare tempo per la Cina e ottenere il massimo dai prossimi 90 giorni per gli Stati Uniti, per i quali il successo sarebbe un cambiamento significativo nelle pressioni sulla Cina per il trasferimento tecnologico forzato e le restrizioni agli investimenti. Trump potrebbe ancora guardarlo attraverso un obiettivo di riduzione del deficit commerciale, che potrebbe implicare un impegno all'acquisto significativo da parte della Cina - la quale sarebbe più una concessione a breve termine rispetto a un cambiamento sistemico.

Quindi, ancora una volta, c'è sul piatto l'ennesimo accordo, non si può realizzare tutto in 90 giorni, ma ci aspettiamo molti progressi. Le dichiarazioni disparate di Trump sul suo impegno a negoziare un accordo duraturo con la Cina, sono il risultato del suo tentativo di placare i mercati azionari e di ottenere un effetto leva nei negoziati con la Cina.

La Cina sta già facendo progressi. Questa settimana sono stati segnalati funzionari cinesi che hanno iniziato a riavviare le importazioni di soia e gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Una riforma pianificata delle leggi sui brevetti e sui diritti d'autore cinesi, entrambe in corso da diversi anni, potrebbe essere portata avanti per placare le richieste del governo degli Stati Uniti. La nostra aspettativa è che qualcosa si verificherà entro il periodo di 90 giorni.

giovedì 15 dicembre 2016

Investire in azioni, gli usa punteranno sulle infrastrutture

Donald Trump presidente degli Stati Uniti significherà abolizione del Obamacare, taglio delle tasse per la classe media, costruzione del famoso muro al confine con il Messico, modifica degli accordi commerciali internazionali, ma anche un’imponente opera di ristrutturazione delle infrastrutture americane ormai fatiscenti.

L’obiettivo dichiarato è di realizzare una “significativa crescita del PIL, la creazione di un enorme numero di posti di lavoro e un aumento dei salari al netto delle imposte per i lavoratori”. L’investimento di ben 550 miliardi a sostegno della modernizzazione di strade, ponti, impianti idrici, porti, ecc. già esistenti e della realizzazione di progetti per la costruzione di nuove infrastrutture, potrebbe diventare uno strumento fondamentale per il raggiungimento di quanto auspicato dal neo-presidente eletto. Un esempio che sicuramente permetterà di cogliere fino in fondo quella che è la volontà di Trump, è il progetto di completamento della costruzione dell’oleodotto Keystone (che collega il Canada al Texas) che era stato bloccato da Obama per ragioni ecologiche.

Ovviamente a beneficiarne saranno i fornitori del materiale (come rame e acciaio) necessario per procedere in tale direzione, oltre alle stesse imprese addette alla progettazione e costruzione di tali opere di dominio pubblico.

Tra le società che vogliamo richiamare alla vostra attenzione figurano le seguenti:

United Rentals (URI)
United Rentals (URI), con la sua capitalizzazione di circa 9 miliardi di dollari, è la maggiore società di noleggio di attrezzature in tutto il mondo. Si tratta di attrezzature per le costruzioni commerciali, industriali, residenziali ed infrastrutturali che vengono utilizzate momentaneamente da una clientela costituita in particolare dalle imprese costruttrici stesse che necessitano di un determinato attrezzo solo momentaneamente, senza necessità di acquistarlo completamente (dato l’uso limitato).

Il terzo trimestre 2016 si è chiuso con un fatturato di 2,58 miliardi di dollari, meglio di quanto preventivato dagli esperti del settore, ma comunque inferiore del 2,71% rispetto all’anno precedente. Stesso discorso per quanto ne concerne con l’utile netto, dove si registra un -13%.

In ogni caso United Rentals è una società solida che gode di una clientela stabile in grado di fornire ingenti flussi di cassa (+24,75%), ma soprattutto il piano di manutenzione di alcune infrastrutture (in particolare ponti ed aeroporti) coinvolgerà di gran lunga questa impresa capace di mettere a disposizione dello Stato le attrezzature necessarie per la realizzazione di tali lavori.

URI, analisi tecnica, media mobile, analisi tecnica medio periodo

United States Steel Corporation (X)
United States Steel Corporation (X) è un’impresa da 6 miliardi di capitalizzazione che si occupa della realizzazione di prodotti in acciaio di alta qualità, tra cui elettrodomestici, componenti automobilistiche, porte, parti di ponti e autostrade, scaldabagni, ecc.

Così come tutte le aziende locali del settore, United States Steel Corporation negli ultimi anni ha sofferto terribilmente la concorrenza del materiale a basso costo importato dalla Cina. Tutto ciò ha provocato una riduzione notevole dei prezzi dei suoi prodotti e la conseguente perdita in termini di fatturato che si è concretizzata in un crollo del valore del titolo giunto ai minimi ad inizio 2016.
Le varie misure protezionistiche a sostegno di tali imprese nazionali hanno già dato i loro frutti, come testimoniato nell’ultimo trimestre dal +129,5% dell’utile netto rispetto all’anno precedente (passato da un valore negativo a circa 50 milioni) e da un ritorno del prezzo di United Steel (X) ai suoi massimi.

Questa ripresa deve essere vista solamente come una prima fase fiorente a cui faranno seguito ulteriori risultati positivi in quanto, come già spiegato precedentemente, la volontà di Trump è di dar sempre più spazio ai produttori statunitensi capaci di fornire questi prodotti in acciaio necessari per l’industria della costruzione e dell’energia.

URI, analisi tecnica, media mobile, analisi tecnica medio periodo

Caterpillar (CAT)
Caterpillar (CAT), società addetta alla produzione di veicoli e macchinari per la costruzione e l’estrazione mineraria, è un colosso da 56 miliardi di capitalizzazione. Tra gli altri prodotti realizzati figurano anche motori diesel e a gas naturale, locomotive diesel ed elettriche e turbine.
L’impresa viene da un periodo piuttosto difficoltoso dovuto essenzialmente alla crisi petrolifera e delle materie prime, fondamentali per delle vendite in calo da ormai 4 lunghi anni.

A pesare sono soprattutto le errate politiche di espansione industriale, finalizzate alla ricerca, lo sviluppo e la costruzione di nuove piattaforme collocate in tutto il mondo, in particolar modo in Cina, Brasile ed altri paesi in via di sviluppo (investimenti che solo tra il 2010 e il 2013 sono stati di 10 miliardi). Tali investimenti sono però avvenuti quasi in concomitanza al rallentamento dell’economia cinese (che ha trascinato con sé le economie asiatiche fino ad allora in costante crescita), comportando l’impossibilità di collocare tutta la domanda di prodotti in eccesso.

L’ultimo trimestre si è chiuso con un -16,44% del fatturato ed un -50% dell’utile netto. Tuttavia il prezzo del titolo nell’ultimo mese ha subito un enorme rialzo grazie all’euforia per la vittoria delle elezioni presidenziali da parte di Trump, la quale si tradurrà in maggiori introiti per Caterpillar (CAT).

Caterpillar, analisi tecnica, media mobile, analisi tecnica medio periodo

Vulcan Materials Co (VMC)
Vulcan Materials (VMC) è il più grande produttore statunitense di materiale da costruzione “di aggregazione”, ovvero sabbia, ghiaia, pietrisco, asfalto, fondamentale per la realizzazione di nuove strade, ponti, strutture in cemento, ecc.
Il terzo trimestre 2016 si è chiuso con un fatturato di un miliardo di dollari, corrispondente ad un -2,92% rispetto all’anno precedente (a penalizzare è stato soprattutto il -6% del segmento relativo ad asfalto e cemento), mentre l’utile netto ha visto un +12,89%. Il prezzo del titolo è in un periodo di ottima forma.

Senza ripetere ulteriormente le motivazioni, anche per Vulcan Materials le elezioni presidenziali sono un elemento più che positivo per il proprio business, essendo esso coinvolto in tutti i progetti di ammodernamento delle infrastrutture statunitensi.

WMC, analisi tecnica, media mobile, analisi tecnica medio periodo

martedì 6 settembre 2016

Tassi di interesse USA ancora bassi, cosa significa per gli investitori

Gli osservatori dei mercati azionari hanno trascorso gran parte della scorsa settimana analizzando le parole del presidente della Federal Reserve (Fed) Janet Yellen durante l’annuale simposio della politica economica di fine estate a Jackson Hole per capire le prossime mosse sui tassi di interesse, nel Wyoming, in cerca di qualche segno sul futuro percorso di normalizzazione della politica della Fed. La Fed ha indicato un aumento delle possibilità di una stretta monetaria nei prossimi mesi. Un’eventualità legata a quelle che saranno le indicazioni sullo stato di salute dell’economia americana: la stima del Pil americano del secondo trimestre vede una revisione del dato a +1,1% dal precedente +1,2% (correzione attesa), si conferma buono l’andamento dei consumi americani.

I mercati finanziari però sono alla ricerca sempre meno della normalizzazione. Oggi sono caratterizzati da valutazioni che storicamente mostrano una bassa volatilità e rendimenti bassi, in mezzo a tutto questo continua la ricerca della direzione del mercato in un panorama con bassi tassi di interesse. Il grafico qui sotto mostra come i rendimenti delle attività siano vicini ai bassi livelli degli ultimi 15 anni di media.

Comparazione tra i vari yield asset degli strumenti americani

Il compito della Yellen è particolarmente delicato perché le decisioni assunte dalla banca centrale americana sui tassi di interesse negli ultimi dodici mesi hanno finora smentito i suoi annunci precedenti. Infatti nel mese di dicembre 2015 la Fed decise, per la prima volta dopo otto anni, di aumentare il tasso di riferimento per i mercati finanziari portandolo allo 0,50%, vari membri del suo consiglio direttivo rilasciarono interviste in cui si spiegava che l’aumento di dicembre era il primo di una serie e che sarebbero arrivati altri aumenti scadenzati nel tempo, quantificati dai mercati in quattro nel corso del 2016.

In quel momento la FED era decisa ad aumentare i tassi nel 2016 portandoli fino all’1,5%. Questo i mercati si aspettavano, invece hanno vissuto in un limbo di smentite continue e ancora oggi non sappiamo cosa farà nei prossimi mesi. La fantapolitica sospetta che la FED favorisca Hillary Clinton, ritardando i rialzi dei tassi d’interesse Usa, per evitare qualsiasi intralcio alla crescita americana prima del voto di novembre. Un’economia in crescita da sette anni tiene alti i consensi verso Barack Obama (al 54%, un record per un presidente arrivato alla fine di due mandati) e automaticamente aiuta la Clinton.

I politici dovrebbero trovare questi sviluppi profondamente preoccupanti. Eppure pochi sembrano credere che il loro mandato includa un certo grado di rischio. I banchieri centrali europei e giapponesi hanno promesso a Jackson Hole che continueranno a fare quello che hanno fatto finora, fino a quando questo non funzionerà. Le loro controparti americane hanno discusso come adattare la loro cassetta degli attrezzi in un ambiente post-normalizzazione dei tassi bassi, dove la ricerca di rendimento e dei suoi effetti perversi sarebbe durato, ma non hanno discusso come mantenere i rischi per la stabilità finanziaria sotto controllo.

Nel frattempo un investitore cosa deve fare, cosa aspettarsi ?

Si è tentati di chiudere tutto e attendere un aumento dei tassi di interesse, come fanno la maggior degli investitori, che il rischio non valga la pena di prendere rendimento, far cassa e attendere momenti meno incerti. Ma per quanto può durare ? Più grande è il divario tra i rendimenti reali e quelli necessari per raggiungere determinati obiettivi. Così si paga un altro tipo di rischio, quello di non guadagnare nulla, anzi, l’inflazione mangia il denaro fermo. E’ importante, tuttavia, ricordare che in situazioni simili non esiste una soluzione ottimale. E’ necessario concentrarsi su società con fondamentali buoni, stime e bilanci in crescita, società sane capaci di superare al meglio il periodo. Invitiamo gli investitori che rimangono sui mercati a prendere meno rischi e non buttarsi alla cieca.
Ricevi aggiornamenti gratuiti col servizio Domino Silver