martedì 21 giugno 2016

Investire in dividendi, le migliori società per ogni settore (parte 1)

Da diverso tempo stiamo insistendo sulla possibilità di generare reddito sfruttando i dividendi forniti da società a grande capitalizzazione. Questo perché investire in dividendi, differenziando nei vari settori, può diventare uno strumento per cogliere dei guadagni certi senza vivere le preoccupazioni di periodi di crescita globale stabile come quello attuale (in cui vanno ad inserirsi anche i timori per l’esito del referendum britannico per l’uscita dall’Unione Europea), che comportano una lettura del futuro complessa e uno stress non da poco. Detto ciò resta comunque possibile realizzare dei gain sul prezzo del titolo anche in questi periodi storici.

Mettere in atto una strategia sui dividendi non è un qualcosa di automatico che si limita all’analisi del singolo dato (i dollari per azione distribuiti), infatti occorre il rispetto di diversi requisiti per avere la certezza di non subire la sorpresa di un taglio addirittura della sospensione dei dividendi, che ovviamente per aziende consolidate è meno probabile ma non impossibile. Sono necessari un tasso di distribuzione degli utili (a loro volta in crescita) adeguato e una costante disponibilità di flussi di cassa.

Settore energetico: Enterprise Products Partners (EPD)
Enterprise Products Partners (EPD) è una società petrolifera che opera nel segmento midstream, occupandosi dello stoccaggio e del trasporto di petrolio greggio e gas naturale alle raffinerie e di altri prodotti raffinati alle società che poi si occuperanno del trasporto al consumatore finale.

E’ una master limited partnership (MLP), una particolare tipologia di società in accomandita semplice quotata in borsa con l’obbligo di pagare ai suoi investitori, attraverso distribuzioni trimestrali, circa il 90% del reddito generato, motivo per cui i dividendi sono solitamente molto generosi.

Questa società, trattandosi di un distributore del prodotto che basa le sue entrate sul ricevimento dei canoni fissati per contratto per l’erogazione del servizio, è poco legata ai prezzi delle materie prime, ma non ne è completamente immune visto che le aziende a monte potrebbero tagliare l’estrazione (come in effetti è avvenuto).

L’aspetto più positivo di Enterprise Products Partners è che malgrado un fatturato che non decolla come invece prospettavano gli stessi analisti, l’azienda ha generato ben 1,1 miliardi di flussi di cassa distribuibili, così da poter aumentare il dividendo erogato. Tutto ciò è stato realizzato grazie alla crescita delle nuove attività e agli interessanti rendimenti che hanno portato le recenti acquisizioni, tra cui gli oleodotti e i gasdotti del Texas. Se si considera anche che in tutto il 2016 sono previsti 2,8 miliardi di spese per progetti di crescita, ne va da sé la possibilità che tali risultati saranno migliorati.

Settore delle utilities: NextEra Energy (NEE)
NextEra Energy (NEE) è una società leader nella produzione di energia pulita.
L’azienda possiede due principali controllate operative:: Florida Power & Light Company (FPL), impegnata principalmente nella generazione, trasmissione, distribuzione e vendita di energia elettrica erogata a più di 4,8 milioni di clienti in Florida e NextEra Energy Resources, produttrice di energia elettrica da fonti pulite e rinnovabili.

Le imprese dell’utilities, essendo società che subiscono una severa regolamentazione e che ricevono il diritto di esclusiva per l’erogazione dei loro servizi solo addebitando ai consumatori tariffe prestabilite, generano per natura flussi di cassa regolari. NextEra però ha ampie prospettive di crescita (superiori ai rivali) dovute alla sua attenzione al rinnovabile tale da possedere il più ampio numero di impianti eolici e solari della nazione.

Questo insieme di fattori ha convinto la direzione a proporre una crescita dei dividendi, attualmente di 3,8$ per azione, del 12-14% entro il 2018, realizzabile attraverso l’aumento della distribuzione degli utili dal 55 al 65%. Il +30,82% dei flussi di cassa (arrivati a circa 1,5 miliardi) di questo primo trimestre 2016 lascia intendere come ci sia concrete possibilità che la promessa sarà mantenuta.

Settore sanitario: Becton Dickinson and Co (BDX)
Becton Dickinson (BDX) è uno dei maggiori produttori al mondo di aghi, siringhe ed altri dispositivi chirurgici utilizzati negli ospedali e negli studi dei medici.
Si tratta di prodotti progettati per essere usa e getta che devono essere costantemente sostituiti, generando continui flussi di cassa crescenti (3 miliardi di fatturato nel secondo trimestre, +50% rispetto allo scorso anno).

Oltre al segmento di base da cui derivano oltre metà dei ricavi annui, il BD Medical, dove vengono realizzati i prodotti chirurgici appena descritti, Becton Dickinson gestisce i segmenti BD Diagnostics e BD Biosciences. Il dividendo di 2,64$ per azione è cresciuto del 30% negli ultimi 3 anni, rendendo questa società molto interessante in un settore ampio come il sanitario dove esistono sotto-categorie come il biotech con ampie prospettive di crescita, ma ad altrettanto elevato rischio.

Settore finanziario: Wells Fargo & Company (WFC)
Wells Fargo (WFC) è una multinazionale che offre servizi finanziari di vario genere, su tutti attività bancaria, mutui e prestiti, investimenti in fondi e assicurazioni.
Con una capitalizzazione di 238 miliardi di dollari, si caratterizza principalmente per il suo essere una società difensiva che la rende abbastanza estranea a quella ricerca del profitto tipica degli istituti di credito che comporta una grossa esposizione al rischio. Per questo motivo non è stata particolarmente colpita dalla crisi immobiliare del 2008 e non desta preoccupazione la sua attuale esposizione al settore energetico di 40,7 miliardi (che è solo l’1,9% dei prestiti totali concessi).

Tra gli altri punti di forza restano la raccolta di depositi e la capacità quasi unica di mantenere ottime relazioni con i clienti che hanno accesso a finanziamenti a basso costo, sottoscritti solo dopo aver dimostrato la loro assoluta solidità economica.
Wells Fargo non registra una perdita annuale da più di mezzo secolo e questo trend viene confermato già nel primo trimestre 2016 chiuso con un aumento del fatturato del 4% rispetto all’anno precedente. Il dividendo è giunto a 1,52$ per azione, una crescita continua supportata dall’incremento dei flussi di cassa e molto apprezzata da Warren Buffett che detiene 23 miliardi di dollari nel titolo (il secondo titolo per valore del suo portafoglio).

Settore del consumo al dettaglio: Starbucks (SBUX)
A proposito dell’attività di Starbucks (SBUX) c’è poco da dover spiegare: è una catena di locali che servono caffè (oltre a una varietà di bevande e prodotti alimentari freschi). Quel che va invece specificato è la leadership raggiunta in un settore ad alta concorrenza.
Lo sviluppo del marchio ha permesso di penetrare i mercati di tutto il mondo (dalla Cina all’India, dal Giappone al Brasile), di rafforzare i canali di vendita alternativi (VIA, K-Cups, ed altri beni di consumo confezionati) e di sostenere offerte innovative.

Il vantaggio competitivo è tale da stabilire dei prezzi sui prodotti con ampi margini di profitto, senza perdere la fedeltà dei clienti che potrebbero restare attratti dalle offerte dei rivali. Sia nel primo che nel secondo trimestre del 2016 le vendite riportate dai vari negozi sono cresciute notevolmente (+8% e +6%), convincendo la società ad aprire a breve altri 1.800 store. Sino ad ora i dividendi erogati sono stati generosi e costantemente in aumento e se i progetti pianificati si concretizzeranno non c’è alcun motivo per invertire questa tendenza.

lunedì 20 giugno 2016

Analisi Tecnica: Parabolic SAR e suo utilizzo

Il Parabolic SAR è un indicatore molto utilizzato dai trader nell’analisi tecnica per determinare la direzione del prezzo del titolo e il momento in cui c’è un’alta probabilità che si verifichi un’inversione di tendenza. SAR infatti è l’acronimo di “stop and reverse”. Viene usato sin dal 1978, anno in cui è stato sviluppato da Welles Wilder (tra le altre cose creatore dell’RSI). La sua notorietà è dovuta all’estrema facilità con la quale è possibile impostare una strategia basata sulla sua lettura e alla sua enorme efficacia in alcune condizioni di mercato.

Il metodo di calcolo è piuttosto complicato, perciò passerò direttamente all’interpretazione dell’indicatore che è ciò che realmente interessa se si ha come obiettivo riuscire ad anticipare i mercati. La peculiarità del SAR, che graficamente corrisponde ad una serie di puntini, è che “segue il prezzo” stando costantemente al di sotto di esso quando c’è un trend di crescita e al di sopra quando la tendenza è discendente.

La rottura del prezzo dello strumento finanziario al rialzo o al ribasso da parte dell’indicatore è il segnale di un’inversione del trend. In questo modo il SAR funge da trailing stop, cioè da ordine di arresto per la chiusura delle posizioni lunghe o corte in essere, consentendo allo stesso tempo la protezione dei guadagni (in pratica fin quando il profitto si muove nella giusta direzione e non si sono presentate rotture è inutile vendere). Se ad esempio una tendenza al rialzo si inverte a favore dell’avvio di un trend ribassista, il SAR, che ricordiamo ha come caratteristica di base il “seguire il prezzo”, continuerà a ridursi (mai e poi mai aumenterà in questa circostanza) finché il ribasso si estende. Non appena si arresta la caduta dei prezzi, il SAR a sua volta si ferma (“stop”) e inverte (“reverse”) la sua direzione, segno che una tendenza rialzista si è ormai avviata.

Una seconda peculiarità del Parabolic SAR è che nella prima fase, ascendente o discendente, del trend si muove lentamente. Solo successivamente prenderà velocità e si avrà una definitiva accelerazione in linea con la tendenza. Questo sistema permette all’investitore che non è del tutto convinto dell’effettiva inversione, di osservarne lo sviluppo e la piena affermazione del nuovo trend. La ragione è che c’è un vero e proprio fattore di accelerazione, un moltiplicatore che influenza la variazione del SAR, stabilendone la sensibilità a variazioni del prezzo. Questo fattore viene deciso soggettivamente dal trader in base a quanti segnali di inversione desidera ricevere (più è basso, minore sarà la sensibilità al prezzo e più lontanamente dal prezzo si muove il SAR, rendendo meno probabile una rottura). Un fattore troppo alto rischia di dare troppi segnali, motivo per cui viene stabilito a priori un massimo.

Il pericolo principale del Parabolic SAR sono i numerosi falsi segnali che lo rendono inefficace in mercati instabili o in fase laterale.

Oltretutto il Parabolic SAR, ma questa è una regola valida per qualsiasi indicatore, va utilizzato in combinazione con altri oscillatori che prendono in considerazione ulteriori informazioni e che dunque possono confermare o meno il segnale prodotto. Ad esempio l’inversione dei punti da sotto a sopra il prezzo (trend che diventa negativo) è più forte quando il prezzo è scambiato al di sotto della media mobile a lungo termine, segno che i venditori hanno ormai preso il controllo e spingeranno il prezzo sempre più in basso.

Altri indicatori da usare simultaneamente al SAR sono l’indice direzionale medio (ADX), creato dallo stesso Wilder che ben conosceva i limiti del suo SAR in mercati privi di tendenze chiare, il MACD e lo stocastico.

Investire in materie prime: uranio, il nuovo el dorado ?

Tra le materie prime maggiormente sottovalutate in questi anni figura certamente l’uranio, elemento chimico che trova diverse applicazioni industriali, oltre alle meno nobili applicazioni militari come massa di reazione all’interno delle bombe atomiche. Si sa che l’economia è condizionata anche, se non soprattutto, da eventi esterni a quelli strettamente economici che modificano completamente i sentimenti di mercato. Ecco già spiegato come il disastro delle centrali nucleari (in cui l’uranio funge da alimentatore dei reattori) Fukushima nel 2011 abbia avuto ripercussioni impressionanti sul suo prezzo.
Quel che è di più difficile comprensione è come ancora oggi non ci sia stata un’inversione di tendenza, pur essendoci da tempo tutte le premesse necessarie.



La discussione sull’energia nucleare è sempre stata al centro dell’attenzione dell’intera opinione pubblica. In Italia è un tema caldo su cui i cittadini sono stati invitati più di una volta ad esprimere un’opinione. Sia nel referendum del 1987 per l’eliminazione delle poche centrali esistenti che in quello del 2011 per una loro reintroduzione, è stata schiacciante la volontà di restare privi di questa risorsa energetica.

Il mondo la pensa diversamente: prevalgono i vantaggi di avere una fonte di energia pulita ed economica in un contesto di cambiamenti climatici e di crescita globale statica.
Per questo motivo ben 65 sono già pronti per l’utilizzo e altri 500 sono stati pianificati o si trovano in fase di sviluppo (solo in Asia gli investimenti corrispondono a circa 800 miliardi di dollari). Lo stesso Giappone è attivo in questo campo, con alcuni dei suoi reattori che hanno già riavviato le loro operazioni.


Uno sviluppo che il mercato non ha ancora accolto: i tagli alla produzione dovuti alle attuali condizioni di prezzo troppo basso (da cui i produttori non trarrebbero alcun profitto) hanno creato una situazione in cui l’offerta è di gran lunga inferiore alla netta crescita della domanda. Ed è proprio da questa carenza delle forniture che ci sarà l’input per un aumento del prezzo, a prescindere dai sentimenti "extra-economici" negativi.

Come spesso accade in economia non si può mai sapere con certezza quando le previsioni si concretizzeranno. Allora proviamo a fidarci di chi ha già dimostrato di avere una certa capacità in tal senso: i miliardari. Loro stanno scommettendo a favore di una ripresa dell’uranio già nel corso di quest’anno, investendo ingenti quantità di dollari in società del settore, soprattutto quelle che operano nelle miniere situate in Canada e Kazakistan, i maggiori produttori della materia prima in assoluto.

Ad esempio il miliardario David Shaw, fondatore della società di investimento "The D.E. Shaw Group", il mese scorso ha acquistato 1,4 milioni di azioni Cameco (CCO). Altri imprenditori hanno puntato su aziende, come NexGen (NXE), che operano nel bacino canadese dell’Athabasca, le prime che sfrutteranno il trend al rialzo dei prezzi grazie all’altissima qualità dei suoi giacimenti.

Se tutto dovesse andare per il meglio, entro due anni il prezzo dell’uranio potrebbe raddoppiare, con gli analisti più ottimisti che parlano di 65$ per libbra.

Le large cap migliori da acquistare per lungo periodo

Gli indici americani continuano a corteggiare i massimi storici, prima o poi li sfonderanno e questo sarà indice di Toro per alcuni anni, in questa fase risulta conveniente, per chi desidera investire in azioni, acquistare larghe capitalizzazioni da tenere per un periodo medio lungo è un'ottima soluzione. Facendo uno screening tra le larghe capitalizzazioni, seguendo alcuni parametri fondamentali/tenici, abbiamo riscontrato alcune società che potrebbero essere molto interessanti sul timing proposto.

Non stiamo parlando solo di società ben note, alcune di queste potreste non averle sentite o seguite, altre invece sono dei veri e propri colossi conosciuti in tutto il mondo, large cap con management intelligenti. Gli investitori sono corsi ad acquistare queste grandi aziende, e in molti casi, le valutazioni hanno raggiunto livelli in cui è ragionevole supporre rendimenti buoni nel tempo, grazie alla discesa di prezzi di alcune di queste.

Cincinnati Financial Group (CINF)
Cincinnati Financial è impegnata nel campo assicurativo commerciale attraverso agenti assicurativi indipendenti in 39 stati. Opera in cinque segmenti: Commercial lines property casualty insurance, Personal lines property casualty insurance, Excess and surplus lines property casualty insurance e Life insurance and Investments.

La crescita dei ricavi è cresciuta rispetto alla media del settore del 14,4%. La crescita dei ricavi della società sembra aver contribuito a spinta a spingere l'utile per azione. Il debito-to-equity è molto basso, a 0,13, ed è attualmente inferiore a quello della media del settore, il che implica che vi è stato un grande successo nella gestione dei livelli di debito. La crescita dell'utile netto rispetto allo stesso trimestre di un anno fa, ha notevolmente superato quello dello S&P500 e il settore assicurativo. L'utile netto è aumentato del 46,9% rispetto allo stesso trimestre di uno anno fa, passando da 128,00 milioni a 188,00 milioni.



Darden restaurants (DRI)
Darden Restaurants attraverso le sue controllate, possiede e gestisce ristoranti full-service negli Stati Uniti e in Canada. A partire dall'8 luglio 2015 è proprietaria di circa 1.500 ristoranti sotto l'Olive Garden, Longhorn Steakhouse, Bahama Breeze, Seasons 52, The Capital Grille, Eddie V e altri. L'azienda è stata fondata nel 1968 e ha sede a Orlando, Florida.

Nonostante il suo fatturato sia in crescita, l'azienda ha sottoperformato rispetto alla media del settore dell'11,1%. Dal momento che nello stesso trimestre di un anno fa, i ricavi sono leggermente aumentati del 6,7%. Questa crescita dei ricavi comunque non è riuscita ad far elevare le stime di crescita. Il cash flow operativo netto è aumentato a 405,00 milioni o il 10,92% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno.



Leggett & Platt (LEG)
Leggett & Platt progetta e produce vari componenti e prodotti ingegneristici in tutto il mondo. La società opera attraverso quattro segmenti: Arredamento residenziali, prodotti commerciali, materiali industriali e prodotti specializzati. L'azienda vende i propri prodotti attraverso agenti e distributori. Leggett & Platt è stata fondata nel 1883 e ha sede a Carthage, Missouri.

La società ha migliorato gli utili per azione del 26,0% nel trimestre più recente rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. L'azienda ha mostrato un profilo di guadagni positivi nel corso degli ultimi due anni. Riteniamo che questa tendenza dovrebbe continuare. Durante lo scorso anno fiscale ha aumentato le sue stime di guadagno a 2,27 dagli 1,55 dell'anno precedente. Quest'anno, il mercato si aspetta un miglioramento del risultato a 2,50 contro 2,27.

Il cash flow operativo netto è sensibilmente aumentato del 246,72% a 111,30 milioni rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno. Inoltre la società ha anche ampiamente superato la media del settore del 155.52%.



Lockheed Martin Corporation (LMT)
Lockheed Martin Corporation è una società di sicurezza globale impegnata nella ricerca, progettazione, sviluppo, produzione, integrazione e mantenimento di sistemi di tecnologia avanzata. La società opera in quattro segmenti di business: Aeronautica, Sistemi Elettronici, Sistemi Informativi - Generali e Space Systems.

La crescita dei ricavi salita rispetto alla media del settore dello 0,5%. Dal momento che lo stesso trimestre di un anno fa i ricavi sono aumentati del 15,7%. La crescita dei ricavi non sembra aver però toccato le stime di crescita. Il rendimento attuale del capitale ha superato il suo ROE rispetto allo stesso trimestre di un anno prima. Questo è un chiaro segno di forza all'interno della società. Rispetto ad altre aziende del settore, il ritorno di Lockheed Martin supera in modo significativo sia il settore si la media dello S&P500.

Il cash flow operativo netto è sensibilmente aumentato del 63.32% a 1,563.00 milioni rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno. Inoltre Lockheed Martin Corp ha anche ampiamente superato la media del settore del -0.71%. Durante lo scorso anno fiscale, Lockheed Martin CORP ha aumentato le sue stime a 11,46 rispetto a 11,21 dell'anno precedente. Quest'anno il mercato si aspetta un miglioramento a 11.85 rispetto a 11.46.

venerdì 6 maggio 2016

Popolare di Vicenza, l'ennesimo pasticcio all'italiana

La Banca Popolare di Vicenza aveva recentemente superato il controllo effettuato dalla Banca Centrale Europea sullo stato di salute, il così detto stress test, a cui sono sottoposti gli istituti di credito del continente. Queste parole suonano ormai come una beffa alla luce degli ultimi avvenimenti, tra cui si segnalano il fallimento della quotazione in Borsa di Lunedì 2 Maggio 2016 poichè non sussistono i presupposti per garantire il regolare funzionamento del mercato e la perquisizione del Settembre 2015 da parte della Guardia di Finanza a seguito della quale sono stati riscontrati un buco di 1 miliardo di euro e un gran numero di crediti praticamente non più riscuotibili. Inevitabile l’apertura di un’indagine penale per incompetenza manageriale, ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio e manomissione dei libri contabili. I reati in questione sarebbero stati commessi fino al Dicembre 2014.

Tra gli indagati compare il presidente dimissionario Gianni Zonin (che da 20 anni era alla guida della banca), non senza però aver essersi auto-deliberato continui finanziamenti per sostenere le proprie attività imprenditoriali e aver ricevuto un compenso di 1 milione per il lavoro svolto nel 2015.

Ma cerchiamo di andare con ordine.
E’ evidente come la sotto-capitalizzazione, ovvero la carenza di risorse proprie rispetto ai prestiti erogati, di cui da anni soffrono le banche italiane, è da considerarsi un grave problema. Così come va da sé che per la sopravvivenza di una qualunque società (è necessario convincersi una volta per tutta che una banca è una società a tutti gli effetti ed in quanto tale va alla ricerca del profitto) ogni deficit vada coperto.

In un contesto del genere la Popolare di Vicenza si impegnava già da anni a ricercare continuamente e disperatamente fondi. Tra un aumento di capitale e l’altro il prezzo per azione è giunto a 62,5 euro, un prezzo che come sempre veniva stabilito dal Consiglio di Amministrazione non essendo la Popolare ancora quotata in Borsa. Trattandosi di un mercato informale, dove è la Banca stessa a gestire ogni operazione tipica di Piazza Affari, non è così facile convincere gli investitori a comprare titoli, così il problema veniva aggirato erogando ai clienti una serie di finanziamenti, dal valore complessivo di 950 milioni, da utilizzare per l’acquisto di azioni dell’istituto stesso. Si tratta di un’operazione espressamente vietata.



Il risultato è che nei mesi successivi fioccano le denunce dei correntisti che raccontano di pressioni per indurli ad acquistare le azioni, di accordi per ottenere il via libera alla concessione di un mutuo o al ricevimento di prestiti a tassi agevolati e di irrealizzabili promesse di facilitazioni nel poter cedere in qualsiasi momento tali azioni.

Come se non bastasse, la BCE, con i poteri di vigilanza che gli sono stati conferiti, interviene imponendo una drastica pulizia nei conti. Non che ciò già non avvenisse sotto le direttive di Bankitalia, ma se nel 2013 le svalutazioni ammontano a 390 milioni, nel biennio 2014/15 la cifra sale a 1,5 miliardi. Pulire i conti significa liberarsi di tutti i crediti inesigibili cedendoli alle bad bank, le "banche cattive" (il cui lavoro è proprio gestire i crediti anomali ricevuti) ed eliminarli dagli attivi di bilancio, il chè corrisponde a non essere più in grado di coprire, anche dal punto contabile, i numerosi debiti contratti e di conseguenze non superare lo stress test.

In tutto ciò, il bilancio del 2014 si chiude con 785 milioni di perdite che diventano 1 miliardo l’anno successivo. Il valore delle azioni crolla a 6 euro mandando in rovina ciascun risparmiatore che aveva creduto, o era stato costretto a credere, nelle capacità della sua banca di riferimento. Il fallimento è dietro l’angolo e l’unica speranza di salvezza diventa procedere con un ulteriore aumento di capitale di 1,5 miliardi di euro e con la quotazione in borsa.

- Operazione numero 1: aumento di capitale al prezzo di sottoscrizione di 0,10 euro. Essendo scontato che i soci preesistenti non avrebbero mai esercitato il loro diritto di precedenza nell’acquistare le nuove azioni messe in circolazione, ci si rivolge alle altre banche. In Italia gli istituti di credito che hanno una rilevanza finanziaria globale si contano sulle dita di una mano, anzi per l’esattezza basta alzare il pollice: Unicredit. Ed ecco che al meeting della settimana scorsa, che ha visto la partecipazione del direttore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il Ministro dell’economia Padoan, l’unica ad accettare di sottoscrivere la propria quota di azioni è proprio Unicredit. Non il massimo se si pensa che essa soffre degli stessi mali che affliggono il sistema e rientra per il rotto della cuffia nei requisiti di patrimonialità europei.

- Operazione numero 2: quotazione in borsa. Non potendo mettere Unicredit in condizione di dover a sua volta raccogliere capitali per poter detenere la maggior parte delle azioni della Popolare diventa fondamentale il successo della quotazione di cui essa si è fatta garante. Ed invece la quotazione salta per la più che prevedibile assenza di interesse nel rilevare quote di una società completamente senza valore.

Il proprietario al 99,30% della Banca Popolare di Vicenza è ora il fondo Atlante, uno strumento gestito da una società privata ma finanziato principalmente da Banca Intesa e Unicredit ed in misura minore da altri istituti, fondazioni bancarie e la Cassa Depositi e Prestiti e che ha raccolto circa 5 miliardi di euro. Questo fondo nasce qualche settimana fa proprio con lo scopo primario di sostenere i difficili aumenti di capitale di banche in crisi, assorbendone ogni azione invenduta, perciò prima ancora che il tentativo di collocamento in Borsa fallisse, era stato preventivato un accordo nel subentrare ad Unicredit nel ruolo di garante dell’aumento di capitale.

In sostanza quella che doveva essere una carenza localizzata nella sola realtà veneta si è intrecciata con il resto del sistema finanziario italiano che a sua volta non è altro che una sorta fotocopia della singola realtà emersa a Vicenza. A noi spettano una serie di primati di cui non poter andare fieri: percentuale maggiore di crediti difficilmente recuperabili, per un totale di 360 miliardi (che rappresenta il 20% di tutti i crediti forniti alla clientela) di cui ben 200 nelle mani di debitori ormai considerati insolventi; redditività più bassa di tutto i paesi del G20; il più gran numero di sportelli per abitante. Un’agonia prolungata da una ripresa economica troppo debole (PIL cresciuto solo dello 0,7% l’anno precedente dopo un decennio di pura stagnazione).

Infine occorre sottolineare l’esistenza di ulteriori elementi preoccupanti: nel tempo il fondo Atlante provvederà all’acquisto di 80 dei 200 miliardi di crediti deteriorati, una cifra lontanissima dalle sue attuali capacità economiche; il senso di sfiducia nel sistema potrebbe convincere la popolazione a ritirare i propri depositi bancari, innescando una corsa agli sportelli; una riforma del settore bancario ancora inefficace e che ha risolto in maniera piuttosto confusa e superficiale il caso Etruria.

Il sistema bancario italiano è in un momento cruciale e sulla base delle decisioni prese nei prossimi mesi potrebbe formarsi l’intero sistema europeo, con il concreto rischio che il fallimento di una nostra banca (con applicazione del bail-in per la prima volta nella storia) possa causare una reazione a catena in tutta Europa.

Tra qualche giorno ci sarà la quotazione in Borsa di Veneto Banca (di cui Intesa San Paolo ha già sottoscritto azioni per un miliardo di euro), la sorella altrettanto malata della Popolare di Vicenza. A voi le conclusioni.