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mercoledì 11 giugno 2025

Ulta: una storia di valore che evolve

Un anno fa, Ulta si era guadagnata la mia fiducia grazie a fondamentali solidi, vantaggi competitivi ben radicati e una valutazione interessante. All’epoca, il titolo si scambiava a 381 dollari per azione, mentre il mio fair value era di 482 dollari, con un potenziale di rialzo del 25%. Il 30 maggio 2025, quella stima è diventata realtà: Ulta ha raggiunto proprio quota 482 dollari. La tesi, insomma, ha funzionato.

Ma ora, la domanda è: e adesso, dove si va?

Cosa è successo nel 2024

Nel corso del 2024, Ulta ha attraversato un momento difficile. Il mercato ha iniziato a nutrire dubbi sulla capacità dell’azienda di difendersi da una concorrenza crescente e da un consumatore sempre più selettivo. Sebbene queste preoccupazioni non fossero del tutto infondate, non spiegavano pienamente la flessione del titolo. Dopo tutto, la concorrenza nel settore beauty è una costante da sempre, e la domanda di prodotti legati alla cura della persona resta sorprendentemente resiliente.

A mio avviso, le vere difficoltà di Ulta erano due:

  1. Un consumatore in evoluzione, che oggi preferisce marchi specializzati e influencer piuttosto che i brand tradizionali.

  2. Inefficienze operative e infrastrutture datate che hanno limitato la capacità di Ulta di adattarsi in modo rapido.

Il punto chiave? Il mercato vedeva questi problemi come strutturali e duraturi. Io, invece, li consideravo risolvibili. I pilastri competitivi di Ulta erano ancora intatti: un programma fedeltà tra i più popolari del settore, un assortimento che copre tutte le fasce di prezzo, e una rete di negozi ben posizionata, inclusi i mini-store nei punti vendita Target.

In sostanza, il modello di business di Ulta non era cambiato. I clienti avevano – e continuano ad avere – pochi motivi per abbandonare l’ecosistema Ulta. Ciò che era cambiato erano le aspettative, non le fondamenta.

Cosa non ha funzionato e cosa si sta correggendo

Ulta non è riuscita a reagire prontamente all’evoluzione del comportamento dei consumatori. Le principali criticità includevano:

  • Una gestione inefficace dell’inventario

  • Tempi di consegna lenti

  • Un’esperienza digitale insoddisfacente (app e sito web lenti, glitch frequenti)

  • Negozi sottodimensionati in termini di personale

  • Ambienti retail poco curati e poco stimolanti

  • Un assortimento in alcuni casi incompleto

Ma queste difficoltà non sono nate all’improvviso: semplicemente, sono emerse con forza nel momento in cui il comportamento dei clienti è cambiato. E la buona notizia è che il management ha iniziato ad affrontarle con decisione.

La svolta: risultati del primo trimestre 2025

I segnali di miglioramento sono già evidenti. Nel primo trimestre del 2025, Ulta ha battuto le aspettative su tutti i fronti:

  • EPS: 6,70 dollari, ben oltre le attese

  • Ricavi: 2,85 miliardi di dollari, +60 milioni rispetto al consensus

  • Comps: +2,9%, con crescita sia nel valore dello scontrino (+2,3%) sia nel numero di transazioni (+0,6%)

  • Guidance: rivista al rialzo su vendite, EPS e comparabili

Con questi numeri, una crescita del fatturato annuo del 5,5% porterebbe Ulta a chiudere il 2025 con circa 11,9 miliardi di dollari di ricavi. È realistico immaginare un ritorno alla media storica di crescita del 16,2%? Forse. Ma oggi la vera opportunità non è nella top line, bensì nei margini.



La nuova tesi: espansione dei margini

Il punto di forza del 2025, secondo me, è l’efficienza. Se Ulta riuscirà a modernizzare i suoi sistemi (ERP, supply chain, digitale) e migliorare le operations, potrebbe riportare i margini operativi dal 14% al precedente livello del 16%. Questo piccolo cambiamento avrebbe un impatto enorme: porterebbe il fair value del titolo a circa 530 dollari per azione, con un potenziale upside del 15%.

A quel punto, considererei Ulta equamente valutata. Che valga la pena restare investiti per inseguire quest’ultimo 15% dipende dal profilo dell’investitore.

Fondamentali solidi

Ulta resta una macchina da cash flow. I numeri parlano chiaro:

  • Oltre 1 miliardo di dollari di free cash flow annuo

  • 450 milioni di dollari in cassa e zero debiti

  • Riacquisti azionari da 1 miliardo di dollari all’anno per tre anni consecutivi

  • FCFE in crescita del 24% nell’ultimo decennio

E il programma fedeltà è un asset straordinario: 45 milioni di iscritti, ben 10 milioni in più rispetto a Starbucks, pur con un numero di punti vendita infinitamente inferiore. Un dato che sottolinea quanto Ulta sia efficace nel trasformare clienti occasionali in consumatori abituali e fedeli.

Le leve per la crescita futura

Ulta non punta solo ad aumentare le vendite: ha almeno quattro leve strategiche per il lungo termine:

  1. UB Media – Una piattaforma pubblicitaria interna per brand, con potenziale di margini elevati.

  2. Espansione internazionale – Dopo il tentativo interrotto in Canada, Ulta guarda a Messico e Medio Oriente.

  3. Nuove categorie di prodotto – L’ingresso nel grooming maschile potrebbe rappresentare per Ulta quello che la linea uomo è stata per Lululemon.

  4. Espansione dei margini – Una volta terminati i grandi investimenti, l’attenzione tornerà sui margini, soprattutto se UB Media decollerà.

Valutazione: realistica, non ottimistica

Attualmente, il mercato stima una crescita del fatturato del 10,5% annuo per il prossimo decennio, a margini costanti. È uno scenario possibile, ma non esattamente prudente. Tuttavia, se Ulta riuscisse ad aumentare i margini dal 14% al 16%, il titolo potrebbe valere fino a 530 dollari, come già anticipato.

In uno scenario particolarmente favorevole, se il mercato tornasse a prezzare Ulta con un P/E intorno a 22 (la sua media quinquennale), il titolo potrebbe persino superare i 600 dollari per azione.

Rischi da monitorare

Naturalmente, ci sono dei rischi da tenere in considerazione:

  • Ulta potrebbe non riuscire a migliorare la propria efficienza operativa.

  • L’inflazione potrebbe continuare a comprimere i margini.

  • I gusti dei consumatori potrebbero cambiare, e Ulta potrebbe non adattarsi abbastanza in fretta.

  • L’espansione internazionale potrebbe rivelarsi dispendiosa e poco redditizia.

Conclusioni

Ulta oggi non è più l’opportunità value di un anno fa, ma resta un’azienda eccellente. I suoi vantaggi competitivi sono intatti, la base clienti è solida, e il bilancio è impeccabile. Per un investitore istituzionale o con capitali significativi, Ulta rappresenta un’ottima combinazione di dimensione, stabilità e potenziale. Per i piccoli investitori, tuttavia, potrebbe rivelarsi un costo opportunità, soprattutto se ci sono opzioni più asimmetriche altrove.

Detto questo, Ulta continua a generare cassa, ha spazio per espandere i margini, e sta costruendo nuove fonti di reddito ad alta redditività. Credo che, più che sulla crescita del fatturato, il futuro della società si giochi sull’efficienza e sulla redditività.

Stimare oggi un fair value intorno ai 530 dollari è, a mio avviso, realistico. Ma molto dipenderà dall’esecuzione del management nei prossimi trimestri. Se le promesse verranno mantenute, il titolo ha ancora strada da fare. In caso contrario, potrebbe restare fermo o addirittura correggere.

martedì 10 giugno 2025

DocuSign crolla dopo risultati deludenti: il mercato resta diviso sul futuro

DocuSign (DOCU) ha registrato un brusco calo in Borsa dopo aver pubblicato risultati del primo trimestre inferiori alle attese, interrompendo così una serie di trimestri positivi. Venerdì il titolo ha chiuso in calo del 19% a 75,28 dollari, dopo la pubblicazione dei dati finanziari avvenuta giovedì a mercati chiusi.

Il motivo principale del sell-off è legato alle billings, cresciute solo del 4% su base annua, un risultato ben al di sotto delle aspettative e in netto rallentamento rispetto all’11% di crescita registrato nel trimestre precedente. La società ha attribuito la debolezza a un cambiamento nei piani di compensazione del team vendite, che avrebbe ridotto i rinnovi anticipati. Secondo il management, si tratterebbe di una questione di tempistiche, e non di una debolezza strutturale del business.

Tuttavia, gli analisti restano divisi su questa lettura. Secondo Mark Murphy di JP Morgan, “le azioni DocuSign saranno probabilmente penalizzate nel breve termine”, aggiungendo che l’errore del primo trimestre non sembra dipendere da condizioni macroeconomiche avverse. Murphy ha mantenuto un giudizio neutrale sul titolo, ma ha rivisto al ribasso il prezzo obiettivo da 81 a 77 dollari.

Più scettico Karl Keirstead di UBS, secondo cui “la spiegazione fornita da DocuSign potrebbe non raccontare tutta la storia”. L’analista osserva che i clienti tendono a rinnovare i contratti in anticipo quando esauriscono il volume di firme elettroniche incluso. Tra le possibili cause del rallentamento, oltre ai cambiamenti nella strategia di go-to-market, Keirstead cita incertezze macroeconomiche, la ricerca di contratti più strutturati o un’esecuzione commerciale non all’altezza. Anche lui ha mantenuto un rating neutrale, ma ha ridotto il target price da 85 a 80 dollari.

Dal punto di vista finanziario, i risultati sono stati misti. Il fatturato trimestrale si è attestato a 739,6 milioni di dollari, leggermente al di sotto del range previsto (741–751 milioni), mentre l’utile rettificato ha battuto le stime con 90 centesimi per azione rispetto agli 81 centesimi attesi. I ricavi sono comunque cresciuti del 7,6%, raggiungendo 763,7 milioni di dollari, sopra le previsioni medie degli analisti (748 milioni).

Per l’intero esercizio 2026, DocuSign prevede ora un fatturato compreso tra 3,15 e 3,16 miliardi di dollari, in leggera crescita rispetto alla precedente guidance di 3,13–3,14 miliardi. Tuttavia, ha ridimensionato le aspettative iniziali che puntavano a quota 3,4 miliardi.

Un segnale positivo per gli investitori è arrivato dal consiglio di amministrazione, che ha autorizzato un ulteriore miliardo di dollari per il programma di buyback, a conferma della volontà della società di restituire valore agli azionisti.

lunedì 9 giugno 2025

Ulta Beauty: ritorna in territorio poco attraente

Ulta Beauty ha attraversato un periodo particolarmente altalenante sin dall’inizio della pandemia. Dalla vetta del settore retail ai momenti di profonda debolezza, il titolo ha vissuto una sequenza di oscillazioni significative. Oggi si trova in una posizione intermedia, né in crisi né in pieno slancio, ed è il momento giusto per rivedere le prospettive future.

Uno sguardo a Ulta Beauty

Ulta è uno dei principali attori del retail specializzato negli Stati Uniti, leader nel mercato della bellezza accanto a Sephora (controllata da LVMH). Con oltre 1.450 punti vendita e una base clienti di circa 45 milioni di iscritti, la società è diventata uno dei più grandi player fisici nella distribuzione di prodotti di bellezza sul mercato americano.

Fino al 2020, Ulta cresceva rapidamente, aprendo più di 100 nuovi store all’anno e registrando una crescita costante delle vendite comparabili, mantenendo al contempo una forte immagine di marca. Si parlava anche di una futura espansione internazionale, e molti investitori ritenevano che la crescita a doppia cifra sarebbe durata ancora a lungo.

Tuttavia, il contesto macro è cambiato: la fine dell’era dei tassi a zero (ZIRP) e l’accelerazione dell’e-commerce post-pandemia hanno messo sotto pressione il modello di business di Ulta, modificandone le prospettive di lungo periodo.

Dove siamo oggi?

Negli ultimi due anni, Ulta ha vissuto una certa instabilità: tre ribassi superiori al 20%, il passaggio a una nuova CEO e — fatto inedito nella sua storia recente — vendite comparabili negative, al di fuori della parentesi pandemica.

Tuttavia, i risultati del primo trimestre del 2025 sembrano segnare un punto di svolta. Dopo cinque trimestri di crescita inferiore al 5%, Ulta ha registrato un +4,5% nel fatturato, spinto da vendite comparabili in crescita del 2,9% (di cui +2,3% per l’aumento dei prezzi e +0,6% per il traffico). Le nuove aperture hanno contribuito per il restante 1,6%.

Particolarmente interessante è la ripresa delle categorie Skincare & Wellness e Fragranze, che mostrano maggiore appeal nel retail fisico, aiutando Ulta a difendersi meglio dalla concorrenza digitale. Al contrario, i segmenti Cosmetics e Haircare mostrano segni di rallentamento.


Margini e segnali da monitorare

Sul fronte dei margini, Ulta è tornata sopra il 14% di margine operativo, spinta da un miglioramento del margine lordo e dalla stagionalità positiva del primo trimestre. Tuttavia, alcuni segnali restano da monitorare: l’utile netto è frenato dai costi di ammortamento legati ai progetti di ristrutturazione e il flusso di cassa è sotto pressione per via di un livello di scorte mai visto prima. Questo potrebbe indicare la necessità futura di promozioni e sconti, con impatto sui margini.

Un possibile lato positivo è che l’aumento delle scorte potrebbe riflettere un’espansione dell’offerta e l’introduzione di nuovi marchi — un’area dove Ulta era rimasta indietro rispetto a Sephora.

Outlook e valutazione

I solidi dati del Q1 hanno permesso al management di alzare la guidance su ricavi, vendite comparabili ed EPS per l’anno in corso — un’inversione di tendenza dopo vari downgrade. Tuttavia, la crescita prevista rimane modesta: solo +2,7% nei ricavi e un calo dell’utile per azione, nonostante l’importante piano di buyback.

È questo il vero nodo: si tratta di una ripresa strutturale o solo di un "relief rally"? Probabilmente, siamo in una fase di transizione.

I problemi strutturali di Ulta — la crescente competizione online da parte di Amazon, Walmart e dei brand DTC — restano intatti. Anche la capacità di crescita sul territorio nazionale sembra ormai limitata: si investe di più nei negozi esistenti che in nuove aperture, segnale che la fase espansiva è alle battute finali.

In più, l’aumento delle scorte resta un elemento da osservare attentamente, poiché potrebbe tradursi in margini più deboli nei trimestri successivi.

Valutazione: tutto sommato ragionevole

Oggi Ulta viene scambiata a circa 20 volte gli utili attesi per l’anno in corso e 18 volte quelli dell’anno prossimo — multipli inferiori alla media del mercato. Questo la posiziona in una fascia intermedia rispetto ad altri nomi del retail specializzato: sopra Target, in linea con Lowe’s, sotto Home Depot e Tractor Supply.

Tenendo conto del rallentamento della crescita, della pressione competitiva e della normalizzazione dei margini, questi livelli di valutazione appaiono ragionevoli.

Conclusioni: non più in crisi, ma nemmeno a sconto

Ulta ha chiaramente superato la fase più difficile. La nuova leadership ha fatto buoni progressi, la crescita è tornata in positivo e le categorie fisiche stanno contribuendo a sostenere il business.

Tuttavia, è difficile vedere nel titolo un compounder come un tempo. Le prospettive di crescita futura sembrano più contenute, con ricavi previsti in aumento tra il 2% e il 6%, e un EPS in ripresa graduale, trainato più dai buyback che da una reale espansione del business.

Il rischio-rendimento attuale appare bilanciato. Per questo, oggi Ulta è — semplicemente — un titolo da Hold.

mercoledì 28 maggio 2025

UnitedHealth colpita duramente ci vorrà tempo per risorgere

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Sembrano passati mesi, e invece sono bastate due settimane per trasformare UnitedHealth in un caso emblematico di come anche i giganti della sanità possano finire sotto assedio. Le tensioni sono iniziate con le dichiarazioni dell’amministrazione statunitense sull’eliminazione dei Pharmacy Benefit Managers (PBMs), da sempre intermediari controversi. Da lì, la situazione è rapidamente degenerata, culminando con le improvvise dimissioni del CEO Andrew Witty – avvenute nel cuore della notte – e il temporaneo ritorno al timone di Stephen Hemsley, figura storica dell’azienda.

A quel punto, il mercato ha iniziato a vacillare. Le assicurazioni sanitarie, già viste con sospetto per i premi elevati e le frequenti negazioni dei sinistri, sono finite nel mirino. UnitedHealth ha ritirato completamente la guidance, un segnale che raramente preannuncia qualcosa di buono. Il titolo ha iniziato a scivolare, toccando brevemente i 250 dollari. E sebbene ci fosse chi vedeva in questo tracollo un’opportunità – ipotizzando acquisti progressivi a blocchi di 15 dollari – i rischi erano (e restano) tutt’altro che trascurabili.

Un primo trimestre da dimenticare

Il primo segnale concreto di difficoltà è arrivato con i risultati trimestrali. Il fatturato, pur massiccio a 109,6 miliardi di dollari, ha deluso le aspettative, registrando un “buco” di ben 2 miliardi rispetto al consensus. Gli utili per azione rettificati si sono attestati a 7,20 dollari, sotto le attese di 0,09 dollari. Un simile scostamento non si vedeva dal 2008. E il colpo è stato reso ancora più duro dalla totale assenza di previsioni per l’anno in corso.

Utilizzo dei servizi in aumento: un problema strutturale

Il nodo principale riguarda l’aumento significativo dell’utilizzo dei servizi da parte degli iscritti a Medicare Advantage e Optum Health. I nuovi membri sono mediamente meno sani e più bisognosi di cure, fattore che ha fatto esplodere i costi e ridotto drasticamente i margini. La società ha prima ridotto le previsioni per il 2025 di circa il 10%, per poi ritirarle del tutto. Una decisione che non solo ha mandato nel panico gli investitori, ma ha lasciato gli analisti senza punti di riferimento.

Un titolo in balia delle notizie (quasi tutte negative)

Da allora, è stato un susseguirsi quotidiano di notizie, la maggior parte delle quali ha ulteriormente affossato il titolo. In un clima simile, anche i rimbalzi tecnici – come quello che ha riportato momentaneamente le azioni da 250 a 320 dollari – sono apparsi fragili e temporanei. Ogni spiraglio di positività è stato subito spento da nuove criticità: editoriali taglienti, declassamenti da parte degli analisti, indagini federali e dubbi sulla sostenibilità del business model.

Acquisti degli insider: un segnale ambiguo

In questo scenario cupo, alcuni insider di peso – tra cui il presidente Hemsley e il CFO Rex – hanno acquistato azioni per decine di milioni di dollari. In teoria, un segnale di fiducia. Ma in un contesto tanto incerto, non si può escludere che si tratti più di una mossa difensiva che di un’indicazione di reale solidità futura.

L’intervento del governo complica ulteriormente il quadro

A peggiorare ulteriormente la situazione, è arrivata la notizia che i Centers for Medicare & Medicaid Services (CMS) intensificheranno gli audit sui piani Medicare Advantage. Questo potrebbe comportare pesanti recuperi per fatturazioni eccessive. UnitedHealth ha dichiarato di sostenere l’iniziativa, ma l’impatto economico è tutt’altro che trascurabile: se le indagini dovessero far emergere irregolarità, le ripercussioni sui ricavi potrebbero essere gravi.

Cosa aspettarsi ora?

UnitedHealth ha visto evaporare in pochi giorni la reputazione di solidità costruita negli anni. Le previsioni per l’EPS 2025 sono state completamente ritirate, e anche i 20 dollari ipotizzati da alcuni ottimisti implicano un crollo del 22% rispetto alle stime originarie. A questi livelli, il titolo tratta a circa 14,5 volte gli utili attesi, una valutazione che potrebbe sembrare attraente – ma solo se si presume un ritorno rapido alla normalità. E questo è tutto fuorché scontato.

Conclusione: rischi elevati, potenziale solo per stomaci forti

UnitedHealth non è una storia da cassettisti tranquilli. È un titolo che, al momento, resta appeso a un filo. Senza guidance, con la redditività sotto pressione, una leadership instabile e l’attenzione crescente del governo, investire ora equivale a scommettere su un turnaround ancora tutto da dimostrare. Potrà anche esserci valore nei prossimi anni, ma oggi il rischio domina la scena. Per chi deciderà di accumulare, è fondamentale farlo con prudenza, consapevoli che nuovi scossoni potrebbero essere dietro l’angolo.

Palantir: un titolo affascinante ma pericolosamente sopravvalutato

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Abbiamo recentemente deciso di chiudere la nostra posizione short su Palantir (NASDAQ: PLTR), dopo un'improvvisa e consistente impennata del titolo – circa il 40% di rialzo solo da inizio aprile. Il nostro stop-loss è scattato, costringendoci ad accettare una perdita, seppur contenuta, dato che si trattava di una posizione marginale del nostro portafoglio.

Eppure, riteniamo che l’idea alla base della nostra posizione ribassista fosse solida. Abbiamo sbagliato il timing, non la logica. Ma come ricorda una delle massime più spietate della finanza: "Il mercato può rimanere irrazionale più a lungo di quanto tu possa restare solvente".

Ed è proprio sull'irrazionalità del mercato che vogliamo porre l'accento. Nonostante la recente euforia intorno al titolo, continuiamo a considerare Palantir un investimento estremamente rischioso e oggi lo classifichiamo come SELL. La valutazione attuale – sopra i 120 dollari per azione – offre un margine di sicurezza quasi nullo e comporta una serie di rischi che, a nostro avviso, non possono essere ignorati da chi investe con prudenza.



Cosa non ha funzionato... e perché non ci fidiamo ancora

Le azioni di Palantir avevano cominciato a cedere terreno già a febbraio, in seguito all'annuncio di tagli al bilancio del Dipartimento della Difesa – un cliente chiave per l’azienda. La situazione è poi peggiorata con l’introduzione di dazi commerciali, che hanno gettato ombre sull’intero mercato azionario. Ma a inizio aprile qualcosa è cambiato: l’annuncio di una sospensione temporanea dei dazi ha invertito la rotta e, complice un miglioramento del sentiment macroeconomico, il titolo è rimbalzato.

A quel punto sono arrivati anche i numeri: ricavi in crescita del 40% su base annua, margini in espansione, contratti governativi in aumento – e il mercato ha reagito con entusiasmo. In effetti, nel primo trimestre Palantir ha battuto le aspettative con ricavi governativi in salita del 45% e nuovi accordi con la NATO e l’esercito americano. Anche il business commerciale ha mostrato segnali incoraggianti, con un incremento del 39% nella base clienti e previsioni di fatturato riviste al rialzo.

Tutto molto positivo, a prima vista. Ma non lasciamoci ingannare dai titoli euforici: i rischi fondamentali non sono affatto scomparsi. Anzi, oggi più che mai meritano attenzione.

I rischi reali: valutazione, geopolitica e stagflazione

Iniziamo da un dato difficilmente discutibile: Palantir è estremamente sopravvalutata. Il titolo viene scambiato a più di 200 volte gli utili attesi, un livello che può trovare giustificazione solo in uno scenario di crescita straordinaria e ininterrotta. Ma basta poco – un rallentamento macroeconomico, un taglio ai budget pubblici, un freno alla spesa aziendale – per far crollare queste aspettative.

Inoltre, la fragilità del contesto globale alimenta ulteriori incertezze. La Federal Reserve e importanti leader di mercato, come Jamie Dimon di JP Morgan, parlano apertamente del rischio stagflazione: un mix letale di stagnazione economica e inflazione elevata. Se davvero ci stiamo avviando verso questo scenario – alimentato da nuove tensioni commerciali o politiche imprevedibili – l'intero comparto tecnologico potrebbe soffrire, e Palantir rischia di essere tra i titoli più vulnerabili, proprio per la sua valutazione fuori scala.

E poi c’è l’aspetto geopolitico. Dopo la temporanea sospensione degli aiuti militari statunitensi all’Ucraina, l’Unione Europea ha reagito varando un proprio fondo per la difesa, incentivando la produzione locale e limitando l’acquisto di tecnologia militare americana. Questo trend potrebbe rafforzarsi, spingendo i partner internazionali a ridurre la dipendenza dal software statunitense. Palantir, che genera il 71% del proprio fatturato negli Stati Uniti, potrebbe faticare a espandersi nei mercati esteri in un contesto geopolitico così teso.

Un modello che non regge… nemmeno con stime ottimistiche

Abbiamo aggiornato il nostro modello di valutazione alla luce dei recenti risultati trimestrali e delle nuove guidance. Abbiamo assunto ipotesi estremamente aggressive: una crescita dei ricavi del 50% annuo e margini operativi al 50%, ben oltre gli standard di quasi ogni azienda tech quotata. Eppure, anche con queste previsioni, il valore intrinseco che otteniamo è di appena 63 dollari per azione – quasi la metà del prezzo attuale.

Ciò significa che, persino nello scenario migliore, l’investimento in Palantir oggi appare profondamente sbilanciato sul fronte rischio/rendimento. La realtà è che i numeri non giustificano l’attuale euforia.

Conclusioni: entusiasmo sì, ma con prudenza

Riconosciamo i progressi operativi dell’azienda. Palantir sta crescendo, amplia il proprio raggio d’azione e beneficia dell’interesse crescente per l’intelligenza artificiale. Tuttavia, un buon trimestre non basta per giustificare una capitalizzazione che sfida ogni logica fondamentale.

In periodi di entusiasmo collettivo, è facile farsi trascinare dalla narrativa e dimenticare che la valutazione conta. Ma quando il contesto macro cambia – e prima o poi cambierà – i titoli con valutazioni estreme sono i primi a crollare.

Per questo motivo, manteniamo una visione cauta e consideriamo Palantir un titolo da evitare a questi livelli. I rischi sono concreti, sistemici e sottovalutati.

Al momento, non abbiamo più posizioni aperte su Palantir, né long né short. Ma se il mercato dovesse tornare a valutare il titolo con razionalità, potremmo considerare un nuovo ingresso… in tutt'altra direzione.

venerdì 16 maggio 2025

Celsius Holdings (CELH): crescita esplosiva, ma a quale prezzo?

Celsius Holdings (CELH) è una delle storie di crescita più affascinanti degli ultimi anni nel settore del beverage. L’azienda ha saputo intercettare i cambiamenti nei gusti dei consumatori, posizionandosi come il brand di riferimento tra le bevande energetiche “better-for-you”, grazie a una formula senza zuccheri, ricca di ingredienti naturali e orientata alla salute. Ma se da un lato la crescita dei ricavi è stata a dir poco esplosiva, dall’altro la valutazione attuale richiede una riflessione attenta, soprattutto per chi guarda al titolo come possibile investimento di lungo termine.

Una crescita che continua a sorprendere

I numeri parlano chiaro. Nell’ultimo trimestre, Celsius ha messo a segno una crescita dei ricavi del 37% su base annua, trainata da una performance strepitosa nel canale di distribuzione nordamericano, dove le vendite sono aumentate del 38%. Ancora più impressionante è il progresso sequenziale: rispetto al trimestre precedente, le vendite sono cresciute del 15%, segno che la domanda non solo è forte, ma anche in accelerazione.

A sostenere questa dinamica ci sono diversi fattori: una distribuzione sempre più capillare (grazie anche all’accordo strategico con PepsiCo), un marketing aggressivo sui social e nelle palestre, ma soprattutto un prodotto che ha saputo costruirsi un posizionamento premium tra i consumatori più giovani, attenti al benessere e allo stile di vita attivo.

Margini in espansione: la leva dell’efficienza operativa

Non si tratta solo di crescita “top-line”. Celsius sta anche mostrando segnali incoraggianti dal punto di vista della redditività. Il margine lordo è salito al gross margin più alto nella storia dell’azienda, pari al gross margin record di oltre il 50%, grazie a un migliore mix di vendite, all’efficienza nella supply chain e a una maggiore scala operativa.

Anche la redditività operativa è migliorata in modo netto: l’EBITDA adjusted è cresciuto del 81% anno su anno, superando i 100 milioni di dollari trimestrali per la prima volta. La leva operativa comincia a farsi sentire, e il management ha ribadito la volontà di reinvestire parte dei margini per continuare a spingere sulla crescita, soprattutto a livello internazionale.

Espansione globale: le prime mosse fuori dagli Stati Uniti

L’internazionalizzazione rappresenta una delle principali leve di crescita per il futuro. Attualmente, Celsius genera circa il 96% delle vendite in Nord America, ma ha iniziato a muovere i primi passi anche in mercati chiave come il Regno Unito, l’Australia e il Canada. In questi mercati, il brand si sta facendo conoscere attraverso eventi sportivi, collaborazioni con influencer locali e l’ingresso nei principali canali di distribuzione.

È ancora presto per valutare l’impatto di questa espansione, ma l’opportunità è evidente: se Celsius riuscisse anche solo ad avvicinarsi alla penetrazione ottenuta negli Stati Uniti, il potenziale di crescita sarebbe enorme.

Una valutazione che richiede cautela

Tuttavia, non tutto luccica. La valutazione attuale del titolo riflette già gran parte di queste prospettive rosee. Con un P/E forward di oltre 60 e un EV/EBITDA che supera 40, Celsius è valutata come se la sua crescita dovesse continuare a ritmi sostenuti per molti anni. Qualsiasi rallentamento, difficoltà nell’espansione internazionale o pressione competitiva potrebbe avere un impatto significativo sul titolo.

Inoltre, la recente acquisizione di produttori di co-packing potrebbe aumentare l’esposizione a rischi operativi e logistici, seppur con la potenzialità di migliorare ulteriormente i margini nel lungo termine.

Un gioiello della crescita, ma non per tutti i portafogli

Celsius è un’azienda straordinaria dal punto di vista della crescita, del posizionamento di brand e della redditività in miglioramento. È una delle poche realtà nel panorama consumer a registrare tassi di crescita così elevati pur essendo già profittevole. Tuttavia, il prezzo richiesto per partecipare a questa storia è alto.

Per l’investitore orientato alla crescita, disposto ad accettare un certo grado di volatilità e a credere nel potenziale di espansione globale del brand, Celsius rappresenta un’opzione affascinante. Ma per chi cerca valutazioni più conservative o è sensibile ai multipli elevati, potrebbe essere prudente attendere un punto d’ingresso più favorevole.

In ogni caso, Celsius resta un nome da tenere d’occhio: le grandi storie di crescita non passano inosservate, e questa potrebbe essere solo all’inizio.